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Lavorare dopo la pandemia: lo smart working sarà la norma per uno su tre

La piena emergenza sanitaria, ha comportato un radicale e repentino ripensamento dell’organizzazione del lavoro in nome della tutela della salute delle persone, e anche con l’arrivo della fase 2 lo smart working resta una modalità necessaria per continuare a svolgere il proprio impiego, specialmente per la Pubblica amministrazione. La ministra della Pa Fabiana Dadone ha annunciato che in linea di massima i dipendenti pubblici in smart working (circa l’80%) non torneranno in ufficio a partire dal 4 maggio, ma sono previsti solo “rientri mirati e contingentati” per venire incontro alle esigenze delle aziende che riaprono. Inoltre, sebbene solo fino a qualche mese fa fosse ritenuto un’alternativa ancora sperimentale, secondo la ministra Dadone, anche quando la pandemia sarà finita, l’obiettivo della Pa è di portare stabilmente lo smart working ad almeno il 30%.

Per quanto riguarda il lavoro agile per le imprese private, dello stesso avviso è la vicepresidente di Confcommercio Donatella Prampolini: “Adesso tutti dicono “non vedo l’ora di tornare in ufficio”, ma lo smart working è sicuramente una modalità che verrà utilizzata molto anche in futuro – conferma Prampolini – . Sicuramente sarà al centro della fase 2: bisogna seguire tutte le norme dei protocolli, a cominciare dal distanziamento sociale, e quindi pensiamo a una rotazione dei dipendenti, con la metà che rimarrà a casa”.
Secondo un’indagine di Manageritalia condotta sui dirigenti del terziario (aziende medie o grandi) prima della pandemia il 72% delle imprese non prevedeva lo smartworking o lo prevedeva solo per pochi lavoratori. Nell’emergenza, al contrario, solo il 14% non lo ha adottato. Per il 51,1% la produttività è aumentata o rimasta uguale, un dato che incoraggia la prosecuzione, ma a condizioni diverse. “Premesso che oggi stiamo facendo tutti telelavoro, più che smart working – dice Guido Carella, presidente di Manageritalia – in futuro lo faremo in modo migliore, per obiettivi inseriti all’interno di processi aziendali, e poi non sempre da casa, ma anche in parte in ufficio o dal cliente. E tenendo conto che ogni tanto bisogna guardarsi in faccia”. “In questa fase lo smart working è stato un successo per la semplificazione introdotta dai decreti: non abbiamo dovuto tribolare con la burocrazia. – osserva Prampolini – In futuro questo farà la differenza, ma serviranno anche le risorse per l’accesso alla banda larga e l’acquisto dei pc”.Lo smart working non è però una modalità utilizzabile per tutti, per le Pmi è più complicato. Da una rilevazione dell’Osservatorio MPI di Confartigianato Lombardia svolta ad aprile emerge che lo utilizza solo il 26,1% delle imprese in attività, mentre il 73,9% non lo fa perché l’attività (manifatturiero, edilizia, installazione impianti, autotrasporto, autoriparazione, servizi alla persona, autotrasporto) non è conciliabile con il lavoro agile. Vale anche per le imprese più grandi: dall’indagine di Confindustria di aprile risulta fermo il 43% dei lavoratori, solo il 26,4% è in smart working.

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