Cultura

Cara Italia ti scrivo, lettera alla patria abbandonata

Cara Italia,

ti scrivo questa lettera per chiederti perdono. Lo so, me lo hai detto tante volte: “Tu non c’entri niente”. Eppure continuo a sentire dentro un senso di colpa che non trova pace. Soffro a vederti così, abbandonata, oltraggiata, umiliata, offesa. Mai come oggi mi sembra che le parole di Dante siano appropriate e, peggio ancora, superate: “serva Italia di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”. Purtroppo, oggi, un nocchiere ce l’hai, ed è proprio lui che sta al timone, che ti ha portata in mezzo alla tempesta. E io ero al molo quel giorno, a vederti partire. Ci ho provato a fermarti, a fermarlo, ma non c’è stato niente da fare. Quella flotta di pirati era troppo numerosa, e noi eravamo così pochi… Ti hanno portata via al grido di “Maggioranza!”.

Quando sei uscita dal porto, nel cielo si vedevano già fulmini e saette. Il mare era molto mosso e tu avevi gli occhi tristi. In quel momento mi hai ricordato gli occhi dei bambini che abbiamo raccolto sulle tue coste, a Lampedusa. Alcuni erano ancora accesi, altri da poco spenti. Anche quella volta tu ci hai provato a fare del tuo meglio, e noi eravamo con te. Ma poi sono arrivati loro e ti hanno allontanata, portandoti via da te.

Cara Italia, non sai che dolore a pensarti oggi in mezzo al mare. Da una parte mi dico che forse è un bene che tu sia lontana, non immagini cosa ci hanno lasciato qui quelli che ti hanno imprigionata. Dicevano che avrebbero combattuto le mafie, eppure le mafie sono qui, più forti di prima, e noi più deboli. Dicevano che avrebbero sconfitto la povertà, ma non hanno fatto altro che alimentare la guerra tra di noi, una guerra tra poveri. Ci insultiamo adesso, da nord a sud. Gli stadi sono tornati arene, come quando c’erano i romani, te lo ricordi?

Si va lì a gridare contro il “nemico” che non è più “avversario” in un gioco. E le parole? Oh, cara Italia, son proprio quelle che ti hanno resa grande, che ti hanno fatta conoscere nel mondo insieme alle tue arti, la musica, la Bellezza. Le parole ora sono solo virtuali, corrono in un etere indistinto e servono solo per portare odio, rancore e frustrazione. Le parole, cara Italia, stanno tornando ad uccidere.

Le strade delle tue città sono piene di topi e immondizia. Il parlamento è sempre più vuoto: quelli che ti hanno portata via hanno lasciato qui dei loro cani da guardia. Dovresti vederli, sembra un carnevale: sono sempre mascherati da qualcosa, meno che da politici. A volte ci viene da ridere quando li vediamo, ma poi il dolore ci blocca le labbra. Ricordi quando in tempi passati chi ti ha resa grande costruiva strade, ponti e ferrovie?

È tutto fermo, adesso non si usa più. Vogliono che tu sia come la bella addormentata nel bosco. E allora noi è da un po’ che ci stiamo pensando: forse è ora che ci comportiamo da principi e non più da sudditi di chi ti ha fatto tutto questo. Vogliamo venire a svegliarti, vogliamo riprendere il mare e venirti a salvare, per riportarti da te.

Una volta Umberto Saba ha scritto che “gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli”. È vero, lo abbiamo visto accadere quasi ogni giorno. Ed è per questo che l’altra notte, in una bettola nascosta nei pressi del porto, ci è venuto spontaneo intonare un canto: “Viva l’Italia, l’Italia liberata, l’Italia del valzer, l’Italia del caffè. L’Italia derubata e colpita al cuore: viva l’Italia, l’Italia che non muore”. E allora abbiamo deciso: non ti lasceremo morire così.

“Piangi, che ben hai donde, Italia mia”, ma inizia ad asciugare le lacrime, perché stiamo arrivando. Ti prometto che riporteremo la cultura e la Bellezza tra le priorità, dopo questa barbarie che ci ha tramortiti. Riaccenderemo i sentimenti della speranza, della fratellanza e dell’accoglienza. Perché noi siamo la terra degli etruschi e della Magna Grecia, la terra della navigazione e dello scambio tra culture.

Sconfiggeremo il nocchiere che ti ha portata nella tempesta. Torneremo a parlare di te al mondo e faremo in modo che sempre più persone vengano ad ammirarti. Le scuole e le università saranno il centro nevralgico del tuo destino, ed è lì che metteremo tutta la nostra forza, lì dove si coltiva il futuro. “Spero soltanto di stare tra gli uomini, che l’ignoranza non la spunterà, che smetteremo di essere complici, che cambieremo chi deciderà”.

Cara Italia, resisti. Ricondurremo la tua nave al porto: ad attenderti ci saranno tutti quelli che non si sono arresi, quelli che ci credono ancora. Che sperano in un domani e che non cedono alla retorica dell’immobilismo del presente. Ci saranno quelli che dicono “sì”. Ci sarò anche io, ad accoglierti come una migrante alla deriva.

E sono certo che quando ti vedranno tornare, tutti non potranno che cantare: “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta!”.