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L’incubo di Chiara: “Hai fatto un altro figlio? Ora a lavoro ti faremo morire”

Emarginata sul lavoro per aver scelto di avere un secondo figlio. Un passaggio stupendo della sua vita che però, per Chiara, si è trasformato in un vero e proprio incubo: “Non dovevi fare un altro figlio, ora al lavoro ti faranno morire. Ti conviene andartene” sono state le parole che un consulente le ha rivolto all’interno di un’azienda milanese che ha imputato alla donna la responsabilità, termine che suona grottesco e drammatico allo stesso tempo, di una seconda maternità.

Come racconta il Corriere della Sera, con il primo figlio Chiara non aveva avuto nessun problema, tutto era andato secondo le leggi. Ma la seconda gravidanza, circa un anno fa, era arrivata in un clima totalmente diverso: “C’è stato un cambio generazionale al vertice dell’azienda familiare e il nuovo ‘capo’ appare subito contrariato quando viene a sapere che Chiara è incinta”.
A
ll’inizio alla donna viene fatto notare un ‘ritardo nella comunicazione’ della gravidanza e quando lei prova a far notare che, in realtà, l’annuncio era pervenuto nei termini stabiliti, il datore di lavoro insiste: ‘Dovevi dirmelo già quando tu e il tuo compagno avete deciso di avere un altro bambino’. E quando la ragazza spiega che nei primi tre mesi possono succedere tante cose lui va oltre l’immaginabile: Perché se l’avessi perso non me lo avresti detto?”.
A quel punto erano partite delle contestazioni e, al momento di andare in maternità, Chiara aveva saputo di essere stata sostituita con una persona assunta a tempo indeterminato. Seguono avvertimenti dei consulenti (“Ti faranno morire”) e la comunicazione che la donna sarebbe stata “riposizionata”. Infine, l’azienda ha rotto gli indugi facendole sapere che non la voleva più. Lei non ha mollato, però, e così nei suoi confronti le vessazioni si erano fatte sempre più intense.

Un pc senza nemmeno posta elettronica, compiti sempre più banali, la totale estraneità da ogni riunione. Persino il mancato accesso al telecomando per aprire il cancello. Alla fine la donna si è rivolta alla Cgil. Succede a Milano, nel 2019. Fa riflettere. E soprattutto fa paura.

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