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L’Italia in guerra: 7 mila i nostri soldati impiegati in missioni nel mondo

Sulla carta, l’Italia è un Paese che non ama impegnarsi militarmente. Non partecipa, al contrario ad esempio dei cugini francesi, alle missioni di combattimento. Impiega soltanto l’1,5% del proprio Pil per la difesa, una cifra inferiore alla media di quella degli altri Stati che hanno aderito alla Nato. Eppure, sotto questa apparenza, c’è una realtà diversa e decisamente di segno opposto: quella che vede lo Stivale distribuire oltre 7 mila soldati nelle aree di crisi e di conflitto.

Dalla Libia all’Iraq, passando per il Corno d’Africa, nella maggior parte si tratta di missioni definite di “mentoring and training” o di “peacekeeping”. In sostanza non si tratta di vera e propria guerra ma di aree da stabilizzare in situazioni di delicatissime transizioni politiche. Intensità bassa, rischi molto alti. Lo scorso luglio, il Parlamento ha licenziato il decreto che autorizza il rinnovo delle missioni per tutto il 2019: sono 37 in 22 Paesi diversi del mondo, per un costo complessivo di 1 miliardo e 100 milioni di euro.
La zona sulla quale l’Italia ha spostato da tempo le sue mire è oggi l’Africa. Un passaggio inesorabile, quello che ha visto il Bel Paese allontanarsi sempre di più dal Medio Oriente per concentrasi altrove. In Libia, soprattutto, uno Stato diventato cruciale per la nostra strategia attuale, sostenendo il governo di unità nazionale di al Serraj, appoggiato militarmente dalle forze turche e del Qatar.A operare in Libia non sono però solitamente soldati normali ma forze speciali. Un impiego secretato, il loro, che rende impossibile conoscere con esattezza il numero degli uomini impiegati e le loro mansioni effettive. I militari di questi corpi sono gli unici a sapere effettivamente cosa succede in prima linea e il loro peso sta crescendo anno dopo anno.

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