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L’ultima provocazione della Libia: un ricercato a capo della guardia costiera

Abdul Rahman Milad, nome da guerra Bija, è forse il personaggio che sintetizza meglio cosa sta succedendo in Libia dopo la rivoluzione del 2011. Una figura oggi su tutti i giornali, quella del soldato che ha lasciato l’accademia navale giovanissimo per unirsi ai ribelli e deporre l’ex rais Muammar Gheddafi. Ferito innumerevoli volte in combattimento, dove ha perso una mano e un fratello, curato in Germania per poi rientrare in patria. 

In Libia la sua tribù controllo del porto di Zawhia, zona strategica per il petrolio e per le partenze dei migranti. A lui, in tutto questo, spetta il controllo del porto e diventa capo del ramo locale della guardia costiera, cioè la Guardia Costiera Ovest. Miliziani come lui hanno fatto fortuna riempendo i vuoti rimasti anche a seguito dei bombardamenti Nato e sono oggi al centro di triangolazioni di interessi che descrivono perfettamente il funzionamento del Paese.
Nonostante le informazioni su Bija fossero note da mesi e fossero ormai note a ogni organizzazione internazionale esistente, anche a seguito di crudi reportage giornalistici che ne descrivevano il duro modo di operare, a marzo 2017 viene selezionato dall’Oim (organizzazione internazionale per le migrazioni) come uno dei due membri della Guardia Costiera Libica per fare parte della delegazione che nel maggio dello stesso anno si è recata in Italia per una visita in Sicilia e Lazio. Amnesty International rivela che alcuni membri della guardia costiera libica sono collusi con i trafficanti fornendo un passaggio sicuro in cambio di un pagamento. Il mondo se ne infischia e continua a sottoscrivere accordi con Bija. Che, stando alle testimonianza, gestisce lager per migranti, contrabbanda petrolio, sceglie quali gommoni far partire e quali no. La Libia lo ha confermato ancora una volta guida della guardia costiera. Lui gongola e si mostra al fianco dei potenti di Tripoli. L’Italia continua pericolosamente a tergiversare sulla sua figura.

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