Giustizia

“Mani Pulite fu come un colpo di Stato”. Esce anche in Italia il libro-inchiesta delle polemiche

Marco Gervasoni ha pubblicato oggi (19 agosto) su Il Giornale alcuni stralci della prefazione che lui stesso ha fatto a “La Ghigliottina italiana” (traduzione a cura di Giuseppe Magnarapa, Aracne, pagg. 346, euro 18), un saggio storico-politico scritto negli anni ’90, dai giornalisti Stanton H. Burnett e Luca Mantovani con la consulenza del Centro Studi Strategici Internazionali. Il libro, finora inedito in Italia, ricostruisce in modo documentato la stagione di “Mani pulite”, restituendo un quadro inedito e che accende una luce nuova e particolare sull’intera vicenda. Basti pensare che gli autori non esitano a descrivere le vicende d’inizio anni Novanta come “un colpo di Stato di moderna concezione”. Scrive Gervasoni: “In un messaggio al Congresso dell’Internazionale socialista tenuto a Roma il 21 e 22 gennaio 1997, che nessuno si degnò di leggere, Bettino Craxi, esule ad Hammamet, scrisse che ‘in Italia hanno preso corpo ed hanno agito con la più grande determinazione e d’intesa tra loro, la violenza organizzata di clan giudiziari e quella di clan dell’informazione, sostenuti all’inizio da potenti lobbies economiche e finanziarie’. E definiva la ‘falsa rivoluzione’ di Mani pulite un ‘golpe postmoderno’. Una definizione assai efficace, per comprendere Tangentopoli e altri eventi che poi sarebbero occorsi, in Italia e fuori”.

Continua Gervasoni: “Come infatti ci spiegano i più recenti studi, con colpo di stato (che l’inglese lascia nella sua versione in francese, coup d’etat, mentre più raramente utilizza il tedesco putsch), non si intende più tanto la presa del potere dei militari, come è stato per il corso del Novecento e soprattutto per gli anni della guerra fredda; da manuale, in tal senso il colpo di stato di Pinochet in Cile. Dopo il crollo del muro di Berlino, infatti, allorché si voglia rovesciare un governo legittimo, non sono più necessari i militari, ormai utilizzati a tali scopi solo negli Stati africani. Tanto è vero che la letteratura distingue ora tra colpo di stato militare e colpo di stato tout court. Esistono tecniche più raffinate per eliminare un governo o una intera classe politica, sfruttando le possibilità stesse della democrazia: il governo può essere costretto con la forza ad abbandonare il potere attraverso la pressione dei media e di quel sistema che in inglese è chiamato Deep State (e, in Italia, «Stato profondo») tramite l’azione e anzi l’inazione della burocrazia e infine, soprattutto, attraverso i giudici”.

E qui si entra in un terreno delicato. Continua Gervasoni: “Questi ultimi in particolare, dopo il crollo del Muro di Berlino, divennero una delle forze principali di contestazione perché, di fronte al discredito generalizzato dei politici, incarnavano la neutralità, l’oggettività, la legalità intesa anche in senso etico (chi rispetta la legge era considerato automaticamente buono in senso morale) e soprattutto, come scrisse subito a caldo Alessandro Pizzorno, il ‘controllo di virtù’. I partiti e la classe dirigente che avevano ricostruito l’Italia dopo il secondo conflitto mondiale, vinto la sfida della guerra civile lanciata dal terrorismo rosso negli anni Settanta, reso prospero il paese fino a farlo diventare terza economia europea negli anni Ottanta e che infine avevano battuto il comunismo, furono vittime del primo vero caso di colpo di stato postmoderno”.

“Nonostante infatti avessero vinto di nuovo le elezioni del 1992 – scrive Gervasoni – essi furono in breve tempo non solo espulsi dal potere ma costretti a sciogliersi e a decomporsi. L’Italia divenne, come spesse volte nella sua storia, un paese laboratorio. Se ad attuare il colpo di stato furono magistrati che gli autori definiscono e dimostrano essere ‘politicizzati’ essi facevano parte di un sistema di alleanze più ampio con soggetti politici che tentarono la via giudiziaria, nella impossibilità di sconfiggere nelle urne Dc e Psi. In primis l’ex partito comunista che, nemico storico di Craxi, vide nella magistratura e in particolare nella sua corrente Magistratura Democratica, la leva di Archimede per liberarsi del nemico. Come racconta Fabio Martini nella storia non ufficiale un passaggio molto significativo è fissato nel novembre 1991: Gerardo Chiaromonte (uno degli ex comunisti che teneva un canale diretto e costante con Craxi), viene ricevuto nello studio del segretario socialista in via del Corso e dopo i preliminari, va al sodo e rivela: ‘Sappi che abbiamo fatto una riunione riservata a Botteghe Oscure e la linea, di Napolitano e mia, del dialogo con te è stata sconfitta ed è prevalsa la linea dell’opzione giudiziaria’. Chiaromonte esce, entra Giusi La Ganga, Craxi gli riferisce e chiede: ‘Ma cosa ha voluto dire Gerardo? Come fanno ad adottare una linea giudiziaria?'”.

“Racconterà anni dopo De Michelis: ‘Nessuno ci ha badato, non avevamo affatto capito che il Pds sapeva qualcosa in più e si stava preparando a ‘incassare”. Ma a sua volta l’ex partito comunista rispondeva a gruppi e ad ambienti che volevano emanciparsi dalla tutela della classe politica della prima repubblica, settori dell’imprenditoria privata ma comunque legata allo Stato, mondo della finanza che era stato appena riformato e ‘liberalizzato’, grandi funzionari, e in particolare quella élite tecno burocratica che, negli anni passati, aveva attuato già dei colpi di mano per integrare il paese all’interno dell’Europa in un ruolo subalterno: si pensi al cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981, avvenuto senza alcuno passaggio parlamentare e senza coinvolgere neppure il governo nella sua interezza”.

“Con l’adesione a Maastricht, cioè a un’Europa franco-tedesca, l’Italia aveva da essere ridimensionata. E per ridimensionarla, bisognava colpirla economicamente, a cominciare dal sistema misto di partecipazioni statali che, benché lottizzato ed inefficiente, avrebbe dovuto essere riformato, ma non distrutto. Ovviamente, come in tutti i colpi di stato, gli sconfitti sono vittime che hanno contributo, con i loro errori, a scavarsi la fossa. E quella della classe politica della prima repubblica non fu tanto la corruzione, che infatti sarebbe rimasta, anzi sarebbe aumentata negli anni successivi. Fu l’incapacità di costruire un si-tema politico funzionante, uno dei tre fattori che, secondo Edward Luttwak, conducono a un colpo di stato. È stato il primo e ultimo colpo nella storia d’Italia? Decisamente no”.

“A parte casi intermedi, un intreccio molto simile a quello di Mani Pulite tra media, magistrati, ambienti imprenditoriali, Stato profondo, tecno-burocrazia e intervento di paesi stranieri, lo abbiamo visto in azione nel 2011 quando il governo Berlusconi, che aveva stravinto le elezioni solo tre anni prima, fu costretto ad abbandonare il potere. Ormai il sistema in Italia è rodato. Lo tenga conto chi si illuda che vincere le elezioni sia sufficiente per governare. In qualsiasi paese bisogna distinguere il governo dal regime ma solo in Italia, tra i paesi considerati a democrazia liberale matura, accade che il secondo si opponga violentemente al primo quando lo intravede come una minaccia: e quando il governo, quello democraticamente legittimato, non si piega ai voleri del regime, è sempre accaduto che sia stato l’esecutivo a fare le valigie”.

 

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