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Da stracci a mascherina: così tessuti per divani e tappezzerie diventano dispositivi medici di protezione

Esiste una macchina che testa in modo efficace la resistenza e l’impermeabilità dei tessuti, quelli impiegati per le mascherine. Un discorso quanto mai attuale vista l’emergenza coronavirus e considerato che appare sempre più chiara l’importanza, per lungo tempo, di queste forme di protezione, quasi in ogni parte del mondo. A realizzarla sono stati i ricercatori dell’Università di Cagliari, ingegneri e docenti di Scienza dei materiali, che hanno messo appunto un dispositivo che certifica la bontà delle mascherine, il bene più prezioso in questo tempo storico. È una pompa da vuoto che aspira aria e verifica la differenza di pressione della singola mascherina chirurgica, fissata, certificandone la cosiddetta “respirabilità”. Hanno trovato una pompa in dipartimento, i ricercatori, hanno acquistato una serie di tubi e hanno avviato il meccanismo – comprensivo di manometro e flussimetro – che aspira otto litri al minuto.

Con l’emergenza Covid, per continuare a lavorare e sopperire alla grande richiesta di mascherine e gel igienizzanti introvabili sul mercato, molte aziende hanno riconvertito la loro produzione. Ma per quanto riguarda le mascherine, per essere efficaci e considerate dei dispositivi medici di protezione, devono superare determinati standard di sicurezza. In aiuto a queste aziende, arriva l’ateneo che offre il servizio alle decine e decine di fabbriche di tessuti che, anche in Sardegna, si stanno riconvertendo al biomedicale. Li hanno contattati in venti, a fine aprile: tessitori di divani, sartorie, aziende di tappezzeria. Con quattro fabbriche hanno chiuso la consulenza e avviato i test. E sono test economici, avviati a prezzo di costo in questa fase di emergenza nazionale: 150 euro più Iva è il costo della prima prova: quella, appunto, sulla respirabilità. È una sorta di controllo preliminare: se la mascherina non sta dentro gli standard previsti, è inutile proseguire con gli altri test.
Sì, perché la capacità di lasciar respirare chi la indossa non è l’unico requisito richiesto dalla norma tecnica “Maschere facciali ad uso medico – Requisiti e metodi di prova”, l’ormai famosa Uni En 14683:2019. Servono test successivi sulla coltivazione batterica, l’eventuale spruzzo dello starnuto. Chiuse tutte le prove, l’Università di Cagliari redige un rapporto di prova e invia tutto all’Istituto superiore di Sanità, che potrà concedere l’autorizzazione a vendere il pezzo. L’Università di Cagliari, attraverso il Dipartimento di Scienze mediche e Sanità pubblica, sta acquistando anche la macchina per i test batteriologici: completerà, così, la filiera dei test sulle mascherine. Sulla stessa strada di prova dell’oggetto di protezione per antonomasia si sono avviate, in queste settimane, il Politecnico di Milano e l’Alma Mater di Bologna.“Il nostro compito è quello di aiutare aziende neofite a realizzare una mascherina efficace che possa entrare nel mercato italiano”, racconta il ricercatore (precario) Giorgio Pia, che ha realizzato la macchina insieme ai colleghi ingegneri Roberto Ricciu e Paola Meloni. “Stiamo costruendo le linee guida per quella che è, a tutti gli effetti, autoproduzione, spesso casuale. È il nostro modo di essere utili, collaborare a un lavoro di difesa nazionale”. Il direttore del Dipartimento di Ingegneria meccanica, chimica e dei materiali, Giacomo Cao, spiega: “Abbiamo iniziato il progetto 14 aprile e il 17 eravamo pronti con la macchina, il momento richiede energie e velocità speciali, che neppure noi conoscevamo”.

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