
I fatti, nell’ordine. L’8 luglio l’Agenzia delle Dogane firma la circolare 18/2026, che distingue lo sdoganamento dall’immissione sul mercato e chiarisce che un prodotto privo di marchio CE regolare può essere sdoganato, purché non venga messo in commercio prima di essere conformato.
L’11 luglio Business.it e, il 13 luglio, Il Fatto Quotidiano vedono in quel testo una conferma indiretta della legittimità delle procedure seguite nel 2020 sulle mascherine cinesi. Nel pomeriggio dello stesso 13 luglio — poche ore dopo — il direttore centrale Claudio Oliviero, lo stesso che aveva firmato la circolare, ne dispone la sospensione immediata, sostenendo che il testo è stato “impropriamente collegato” alle forniture sanitarie 2020-2022 e segnalando “profili di criticità” nell’aderenza alla normativa unionale.

Qui la cronaca lascia spazio, legittimamente, alla perplessità. Se la circolare avesse davvero avuto un problema tecnico di allineamento al diritto UE, ce ne sarebbe stato uno fin dall’8 luglio: la normativa di riferimento non è cambiata in cinque giorni. L’unica cosa che è cambiata, in quell’intervallo, è la lettura pubblica che ne ha dato un giornale.
Un atto amministrativo tecnicamente solido non dovrebbe richiedere una sospensione nell’arco di ore solo perché qualcuno lo ha interpretato in un modo scomodo: si spiega, si precisa, si eventualmente corregge con i tempi ordinari dell’istruttoria — non si ritira in giornata.
Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, ha detto esplicitamente che sorge “il dubbio che la sospensione risponda in realtà alla necessità politica del governo”. Ha ragione ad avere quel dubbio, ed è un dubbio che la sequenza dei fatti non scioglie, semmai alimenta.
Non basta la formula di rito sulle “interpretazioni non corrette”: se il testo era scritto bene, la lettura sbagliata si corregge con una nota esplicativa, non con la sospensione dell’intero atto. La velocità, qui, non è un dettaglio: è la notizia.