
La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze nella riforma elettorale, avvenuta con voto segreto alla Camera e decisa da un solo voto, apre un nuovo fronte nella maggioranza. A Palazzo Chigi cresce l’irritazione per i consensi mancati e si cerca di capire da quali gruppi siano arrivati i dissensi. Sullo sfondo resta anche lo scenario, per ora solo politico, di elezioni anticipate.
Riforma elettorale, il voto segreto divide la maggioranza
Secondo i conteggi della coalizione, nel voto sarebbero mancati 31 voti rispetto alle previsioni. Un dato che ha alimentato i sospetti su un dissenso distribuito fra più componenti della maggioranza e non circoscrivibile a un unico partito.
Le perplessità si sarebbero concentrate in primo luogo su Forza Italia, dove alcune parlamentari avevano espresso riserve sul ritorno delle preferenze, anche in relazione alle tutele della rappresentanza di genere. Nel dibattito interno sono stati citati anche esponenti della Lega e dell’area collegata a Roberto Vannacci, senza che vi siano state ammissioni.
Il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, ha escluso defezioni tra i deputati del Carroccio. Dal Partito Democratico, il coordinatore Igor Taruffi ha invece sostenuto che i voti contrari o mancanti possano provenire dalle diverse forze della coalizione.
Il retroscena su Marina Berlusconi e gli azzurri
Tra le ricostruzioni circolate dopo il voto, La Stampa ha riferito di sospetti emersi negli ambienti di Palazzo Chigi su parlamentari considerati vicini a Marina Berlusconi, presidente di Fininvest. Si tratta di un retroscena giornalistico che non risulta confermato dai diretti interessati.
Nello stesso contesto è stato menzionato il nome di Marta Fascina, presente alla votazione e indicata da alcune ricostruzioni come vicina alla presidente di Fininvest. Le indiscrezioni richiamano i timori di una parte di Forza Italia per un ulteriore rafforzamento di Fratelli d’Italia negli equilibri della coalizione, anche guardando alle future scadenze istituzionali.
Meloni e l’ipotesi del voto anticipato
L’esito dell’Aula avrebbe rafforzato nella presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, la convinzione che vi sia una resistenza parlamentare alle riforme orientate a garantire maggiore stabilità ai governi. Secondo quanto riportato dai retroscena, la premier avrebbe già prospettato agli alleati la possibilità del ritorno alle urne nel caso di ostacoli al percorso della riforma.
Tra gli scenari evocati vi è un’eventuale consultazione nel giugno 2027, con la possibile necessità di una fase di transizione qualora la legislatura si interrompesse. Al momento non risultano decisioni formali e l’ipotesi resta legata all’evoluzione dei rapporti nella maggioranza e dell’iter parlamentare.
Il passaggio al Senato e il nodo Vannacci
Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha ricordato che a Palazzo Madama il regolamento prevede il voto palese per la riforma elettorale. Una condizione che potrebbe ridurre l’incertezza emersa alla Camera e consentire alla maggioranza di verificare apertamente la tenuta dei propri numeri.
La coalizione valuta inoltre l’andamento dei consensi nei prossimi mesi, con attenzione particolare all’area di Roberto Vannacci. L’evoluzione dei rapporti di forza potrà incidere sul calendario e sulle scelte relative alla riforma, mentre la sconfitta sull’emendamento delle preferenze resta un segnale di tensione politica interno alla maggioranza.