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Meloni prende le distanze da Trump e difende il Patto Ue: la nuova linea dell’Italia tra Usa e migranti

Dall’intervista al New York Times alla polemica sui “dublinanti”, la presidente del Consiglio rivendica un’alleanza occidentale senza subordinazione e trasforma due fronti delicati in una prova di autonomia nazionale.

Dalla sintonia promessa alla diplomazia reale

Il rapporto con Donald Trump era nato sotto il segno di una convergenza che sembrava destinata a rendere Roma un interlocutore privilegiato della Casa Bianca in Europa. Immigrazione, identità nazionale e critica alla cultura woke avevano costruito l’immagine di due leader della stessa famiglia politica. Con il passare dei mesi, però, la vicinanza ideologica ha dovuto fare i conti con interessi nazionali non sempre coincidenti.

È questo il significato dell’ammissione fatta da Giorgia Meloni nel ritratto pubblicato dal New York Times e firmato da Roger Cohen. “Pensavo sarebbe stato più facile”, ha riconosciuto la premier. Non è una rottura con Washington, né una sconfessione delle affinità originarie. È la presa d’atto che condividere un linguaggio politico non basta quando entrano in gioco guerre, basi militari, dazi e sicurezza europea.

Lo strappo che ha cambiato il tono

La distanza è diventata evidente nella prima metà del 2026. Alle divergenze sull’impiego delle basi italiane nelle operazioni legate al conflitto con l’Iran si sono aggiunte le critiche di Meloni agli attacchi rivolti da Trump a Papa Leone XIV. Il momento di maggiore tensione è arrivato dopo il G7 di Evian, quando il presidente americano ha raccontato che la premier lo avrebbe implorato per ottenere una fotografia. La risposta è stata immediata: “Io e l’Italia non imploriamo mai”.

Da allora il rapporto personale, per mesi presentato come un vantaggio dell’Italia, è diventato un terreno più delicato. Meloni ha comunque escluso di essersi pentita dell’investimento sul dialogo con Trump. La sua linea resta quella dell’unità dell’Occidente, ma con un limite: le decisioni italiane non possono dipendere dalla simpatia o dalle tensioni tra i leader. Roma vuole restare alleata degli Stati Uniti senza diventare un esecutore automatico delle scelte americane.

Alleata, non sottomessa

L’intervista definisce così una nuova postura. Meloni non rinnega l’atlantismo e non sceglie l’equidistanza tra Washington e gli altri poli mondiali. Rivendica però il diritto dell’Italia a stare al tavolo in posizione politica, non subalterna. La “rivoluzione dell’orgoglio” diventa il filo che collega la sua storia, l’azione del governo e la politica estera.

Il messaggio è rivolto agli Stati Uniti, ai partner europei e all’opinione pubblica italiana. Agli americani viene ricordato che un alleato conserva interessi propri. All’Europa viene offerta l’immagine di un’Italia più disposta a coordinarsi quando Washington esercita pressioni sui singoli Paesi. Sul piano interno, la premier propone un governo capace di mantenere le alleanze senza accettare umiliazioni. Una narrazione destinata a pesare anche verso le elezioni del 2027.

Il secondo fronte: il Patto europeo sui migranti

Quasi nelle stesse ore, Meloni ha aperto un altro scontro, questa volta con Elly Schlein e le opposizioni, sulla gestione dei “dublinanti”. Sono i richiedenti asilo che, dopo essere entrati nell’Unione attraverso un Paese, si spostano in un altro Stato e possono essere trasferiti nel territorio responsabile dell’esame della domanda.

Il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, applicato dal 12 giugno 2026, ha sostituito il sistema di Dublino, ma non ha cancellato il criterio del primo ingresso. Ha introdotto però una solidarietà obbligatoria e flessibile: gli Stati possono contribuire con ricollocamenti, sostegno finanziario o misure alternative.

Per il 2026 il riferimento è di 21 mila ricollocamenti, altre forme di sostegno oppure 420 milioni di euro. Italia, Grecia, Spagna e Cipro sono state riconosciute come Paesi sottoposti a pressione migratoria e possono quindi beneficiare del meccanismo europeo.

Dublinanti, numeri e scontro politico

Germania, Austria, Svezia, Finlandia e Paesi Bassi hanno annunciato la ripresa delle procedure per trasferire verso l’Italia persone entrate originariamente dal nostro territorio. Nel 2025 Roma ha ricevuto oltre 24 mila richieste nell’ambito del vecchio sistema, ma il dato non coincide con i trasferimenti realmente eseguiti.

Il governo sostiene di avere respinto dal 2023 circa 80 mila richieste di presa in carico. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha riferito che, per i casi successivi al 12 giugno, sarebbero arrivate circa cinquanta richieste e che soltanto tre persone si sarebbero effettivamente presentate in Italia.

Sono numeri usati dall’esecutivo per respingere l’accusa di un “boomerang”. Le opposizioni osservano invece che il Patto mantiene responsabilità importanti in capo ai Paesi di primo ingresso e che il vero bilancio potrà essere tracciato soltanto quando le nuove procedure saranno pienamente operative.

Le due letture vanno tenute distinte. Il sistema offre strumenti di solidarietà più strutturati, ma non libera automaticamente l’Italia dall’obbligo di esaminare le domande collegate agli ingressi sul suo territorio. Presentarlo come una vittoria definitiva sarebbe prematuro; descriverlo già come un fallimento certo lo sarebbe altrettanto.

Il risultato dipenderà dai trasferimenti effettivi, dai ricollocamenti ottenuti, dai contributi degli altri Stati, dalla capacità di eseguire i rimpatri e dal controllo delle frontiere esterne. Soltanto questi elementi permetteranno di stabilire se il Patto abbia davvero ridotto il peso sostenuto dai Paesi mediterranei.

Due negoziati, una sola strategia

Il confronto con Trump e quello sui migranti appartengono a dossier differenti, ma nella comunicazione di Meloni convergono. In entrambi i casi la presidente del Consiglio costruisce la stessa immagine: un’Italia alleata, ma non subordinata; europea, ma non disponibile a sopportare da sola il peso delle decisioni comuni; atlantica, ma capace di dire no quando ritiene in gioco l’interesse nazionale.

È una linea che consente alla premier di prendere le distanze sia dall’idea di una dipendenza politica dalla Casa Bianca sia dalla rappresentazione di un’Italia condannata ad accettare ogni richiesta proveniente dagli altri governi europei. L’obiettivo è presentare Roma come un interlocutore capace di collaborare, negoziare e, quando necessario, opporsi.

La sfida sarà trasformare questa postura in risultati verificabili. Sul fronte americano conteranno le crisi internazionali, i rapporti commerciali e la sicurezza della Nato. Su quello europeo peseranno i numeri reali dei dublinanti, l’attuazione della solidarietà e la collaborazione con i Paesi di origine e transito.

L’intervista al New York Times fotografa quindi qualcosa di più di un chiarimento personale. Segna il tentativo di passare dalla stagione della vicinanza ideologica a quella dell’autonomia politica. Meloni continua a considerarsi parte dello stesso Occidente di Trump, ma chiarisce che essere alleati non significa rinunciare a una propria strategia. È su questa promessa di indipendenza, molto più che sui rapporti personali tra i leader, che verrà misurata la nuova linea internazionale dell’Italia.

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