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Mes: tutte le contraddizioni della Lega sul “complotto di Conte”

Una buona parte della strategia della Lega per dare battaglia al governo Conte in questi mesi ruota intorno a un punto nevralgico, la campagna martellante di accuse sulla gestione della riforma del Mes. Un passaggio che tra l’altro chiama in ballo il Carroccio stesso, visto che teoricamente la procedura era a conoscenza da mesi di un esecutivo che fino a poco fa vedeva proprio i verdi come assoluti protagonisti. Nonché una conferma, a voler essere proprio pignoli, di come Salvini e i suoi non siano stati in grado, a fronte di tante promesse, di piegare l’Europa ai propri interessi. Ma tant’è.

La linea della Lega scricchiola ma non cambia: il Presidente della Commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi è intervenuto a Radio Radio per dire che “il testo del Mes, ancora assolutamente provvisorio e in lingua inglese, fu reso noto da Giuseppe Conte il 15 giugno 2019 e non in Parlamento, ma a quattro persone in un stanza chiusa di Palazzo Chigi col divieto di prendere appunti e scattare fotografie”. Un concetto simile a quello espresso in passato a Omnibus, su La7, quando parlava di una riunione tra Alberto Bagnai, Laura Castelli e Massimo Garavaglia in cui sarebbe stato mostrato un testo “in inglese tecnico”.
Al netto di qualche contraddizione, è evidente come il governo, compresa la parte leghista, fosse informato dell’accordo. Per quanto in inglese, da qui forse qualche difficoltà di comprensione. E con tanto di pubblicazione della bozza, sempre in lingua anglosassone, il 15 giugno. Per non parlare del fatto che l’Eurogruppo aveva approvato il 13 giugno un “documento riassuntivo concernente i principi generali dello Strumento, le sue principali caratteristiche, il finanziamento e la governance” del Mes. Soltanto successivamente, il 19, la Lega sostiene di aver dato ordine a Conte di “non firmare nulla”. Peccato che fosse stato tutto deciso già, in assenza di proposte alternative italiane e quindi anche del Carroccio.Dubbi, infine, sul perché di questa lotta a un meccanismo, il Mes, che di fatto interviene soltanto su richiesta, e dopo un voto favorevole da parte del consiglio, per andare incontro a uno Stato in difficoltà. Situazione nella quale, per fortuna, non si trova l’Italia, che quindi non vi farà sicuramente ricorso a breve. Un accanimento immotivato, buono soltanto per il rilancio di slogan contro l’Europa padrona che tiene al guinzaglio il Bel Paese. Con il sospetto, difficile da cancellare, che qualcuno non abbia capito l’inglese.

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