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Meta sotto processo: la causa che può cambiare Instagram e Facebook

Ventinove Stati americani accusano il gruppo di Mark Zuckerberg di aver trasformato l’attenzione dei più giovani in una risorsa economica, progettando Facebook e Instagram per favorire un uso compulsivo e minimizzando i rischi. Meta respinge le contestazioni. Il processo civile federale iniziato a Oakland potrebbe incidere sulle finanze della società e sul futuro delle sue piattaforme.

Un fronte bipartisan contro Meta

La causa riunisce 29 Stati, con California, Colorado, Kentucky e New Jersey in prima linea. Il procedimento è presieduto dalla giudice federale Yvonne Gonzalez Rogers e dovrebbe durare circa sei settimane. La giuria esprimerà un verdetto consultivo, mentre la decisione finale sulla responsabilità di Meta spetterà alla giudice.

L’azione deriva dalla denuncia presentata nel 2023. Secondo i procuratori generali, l’azienda avrebbe mantenuto funzioni capaci di prolungare il tempo trascorso sulle app, pur conoscendone la forza sui minori. Nel mirino ci sono lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica dei video, le notifiche continue e il sistema dei “mi piace”, meccanismi che, secondo l’accusa, favorirebbero un ritorno continuo online.

L’accusa: l’attenzione trasformata in ricavi

Il punto economico è centrale. Meta guadagna soprattutto dalla pubblicità e il suo modello beneficia della permanenza degli utenti e della precisione con cui gli annunci possono essere personalizzati. Nel secondo trimestre del 2026 il gruppo ha registrato ricavi per 60,8 miliardi di dollari, dei quali 59,36 miliardi provenienti dalla pubblicità. Le persone attive ogni giorno sulle app erano in media 3,6 miliardi.

Per gli Stati, questa struttura avrebbe creato un incentivo a trattenere il pubblico più giovane. L’accusa dovrà dimostrare che l’ottimizzazione dei servizi non si è limitata a renderli più attraenti, ma si è trasformata in una pratica commerciale ingannevole o sleale. Il processo dovrà stabilire il confine tra progettazione persuasiva e sfruttamento delle vulnerabilità legate all’età.

Il nodo dei bambini sotto i 13 anni

Un secondo capitolo riguarda la privacy. I 29 Stati sostengono che Meta abbia raccolto e utilizzato dati personali di bambini sotto i 13 anni senza il consenso verificabile dei genitori, violando, secondo l’accusa, la legge federale Coppa. Le condizioni d’uso vietano formalmente l’accesso ai più piccoli, ma i procuratori affermano che la società fosse consapevole della loro presenza o avesse scelto di non approfondirla.

Nel giugno 2026 la giudice ha respinto la richiesta di Meta di chiudere il caso prima del dibattimento, rilevando questioni di fatto da affidare al processo. Tra queste rientrano il modo in cui gli account sospettati di appartenere a minori venivano identificati e disabilitati e l’eventuale conservazione dei dati.

La difesa e una scienza non univoca

Meta nega di aver cercato di rendere dipendenti bambini e adolescenti. La difesa sostiene che l’azienda abbia investito in strumenti di sicurezza, limiti per gli account degli adolescenti e sistemi per rimuovere gli utenti troppo giovani. Contesta inoltre l’esistenza di un rapporto causale chiaro tra uso dei social e peggioramento del benessere psicologico.

Anche la ricerca invita alla cautela. Il Surgeon General statunitense ritiene che i social presentino rischi significativi e che non possano ancora essere considerati sufficientemente sicuri per i minori. Le National Academies osservano però che le prove disponibili non consentono di affermare, in generale, che i social causino da soli un deterioramento della salute mentale. Contenuti e vulnerabilità individuali possono produrre effetti diversi.

Multe e possibili modifiche alle piattaforme

Le cifre circolate sono enormi, ma non rappresentano una sanzione già decisa. Meta ha stimato che l’applicazione più severa delle penalità potrebbe teoricamente arrivare a circa 1.400 miliardi di dollari; gli Stati hanno indicato come scenario più realistico una somma vicina ai 200 miliardi. L’importo dipenderà dalle violazioni riconosciute e dai criteri scelti dalla corte.

La posta in gioco non è soltanto finanziaria. Gli Stati chiedono limiti di tempo per i minori, controlli più efficaci sull’età e la modifica o rimozione di funzioni considerate capaci di alimentare l’uso compulsivo. Mark Zuckerberg e il responsabile di Instagram, Adam Mosseri, sono attesi tra i testimoni.

Il primo a deporre è stato l’ex dirigente Arturo Béjar, che ha accusato il gruppo di aver sottovalutato le segnalazioni interne sui danni vissuti dai giovani utenti. Meta contesta la ricostruzione e sostiene che le sue dichiarazioni non rappresentino correttamente il lavoro svolto dall’azienda per rendere le piattaforme più sicure.

Un precedente per tutta l’economia digitale

Il processo mette sotto esame il rapporto tra design, dati, pubblicità e sicurezza. Qualunque sia l’esito, il modello dell’attenzione viene valutato non soltanto come questione etica o sanitaria, ma come possibile problema di responsabilità commerciale.

Una condanna potrebbe obbligare Meta a ripensare alcune leve della crescita e offrire un modello per nuove azioni contro altre società tecnologiche. Un’assoluzione rafforzerebbe invece la tesi secondo cui i rischi dei social non possono essere attribuiti direttamente alle scelte di una singola azienda. Il verdetto, in ogni caso, sarà osservato da tutta l’industria digitale.

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