
Alcune centinaia di persone si sono radunate oggi, domenica 26 luglio, al Pilastro di Bologna, nella zona di via Italo Svevo, a una settimana esatta dalla morte di Abderrahim Fakir. Il corteo è stato aperto da uno striscione portato da membri della comunità marocchina con la scritta “Verità e giustizia per Fakir, siamo tutte e tutti Fakir”, motto che ha accompagnato l’intera manifestazione.
I partecipanti hanno osservato un minuto di silenzio alzando il pugno, mentre tra i cartelli esposti comparivano frasi come “Aboliamo la polizia” e “Fuori gli sbirri dai nostri quartieri”, oltre a riferimenti al caso Floyd con la scritta “I can’t breathe”. Il corteo si è mosso al grido di “Giustizia per Fakir”. Ma se questo è il contesto “di giustizia”, cosa significa “essere tutti Fakir”? La domanda ha un senso soprattutto alla luce di quel che è accaduto ieri.
La manifestazione arriva a un giorno dai fatti di ieri, sabato 25 luglio, in Val di Susa. In occasione del festival “Alta Felicità” del movimento No Tav, circa ventimila persone hanno marciato da Susa e Venaus verso i cantieri di Chiomonte. Durante la giornata un gruppo di incappucciati ha assaltato il cantiere, incendiando due camionette dei carabinieri, in un’ora di guerriglia tra il cosiddetto “blocco nero” e le forze dell’ordine. A Chiomonte è comparsa una scritta — “Sbirro brucia, Fakir è vendicato”, accompagnata dalla A cerchiata simbolo dell’anarchismo — che lega esplicitamente la protesta No Tav alla morte del 42enne bolognese e la rivendica in chiave ostile verso la polizia.

Sullo sfondo resta la vicenda che ha acceso la mobilitazione. Fakir, 42 anni, di origini marocchine, era morto il 19 luglio nel quartiere Pilastro durante un fermo di polizia: gli agenti, intervenuti dopo una segnalazione per escandescenze, lo avevano bloccato a terra con l’aiuto di un residente; l’uomo aveva perso i sensi e il decesso era stato constatato dal 118 alle 12.53.
La sera del 20 luglio il sindaco Matteo Lepore aveva convocato un presidio in piazza Nettuno, al termine del quale erano scoppiati scontri con idranti, lacrimogeni, vetrine danneggiate e auto incendiate. La premier Giorgia Meloni aveva definito inaccettabile la violenza contro gli agenti. Nei giorni successivi si erano svolti presidi anche a Milano, Roma, Napoli e Brescia, oltre a uno sciopero dei lavoratori della logistica all’Interporto di Bologna, dove Fakir era impiegato come facchino.
Sul piano giudiziario, i legali della famiglia, assistita dall’avvocato Fabio Anselmo, e quelli dei due agenti indagati hanno nominato i rispettivi consulenti medico-legali in vista degli accertamenti sulle cause del decesso.