
Lo scontro sulla Biennale di Venezia si trasforma in un caso politico nazionale e coinvolge governo, istituzioni culturali e perfino il mondo dello spettacolo, dopo settimane di polemiche sulla controversa riapertura del Padiglione russo. Al centro della vicenda resta il confronto tra il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, una frattura che ha acceso il dibattito sul confine tra autonomia artistica e politica estera, trasformando una scelta culturale in un tema di rilievo internazionale.
A riportare la questione al centro della scena è stato lo stesso Giuli, che in un’intervista a Repubblica ha cercato di chiudere il caso con parole nette ma dal tono personale: “Per me il capitolo Venezia è chiuso, ora è tutto in mano a palazzo Chigi. Pietrangelo è un fratello sbagliato, ma un fratello sbagliato rimane un fratello. È stato vittima di una fantasia pacificatoria, voleva l’Onu dell’arte, ha finito per illudersi di poter fare politica estera. Ma questa spetta al governo e al parlamento”. Una dichiarazione che, pur escludendo l’ipotesi di commissariamento, segna una distanza precisa rispetto all’iniziativa di Buttafuoco, accusato di aver oltrepassato il perimetro culturale per entrare in un terreno che compete esclusivamente alle istituzioni politiche.

Il nodo della polemica nasce infatti dalla decisione del presidente della Biennale di consentire di fatto la riattivazione del Padiglione russo, chiuso nel contesto delle conseguenze internazionali della guerra in Ucraina. Una mossa interpretata da alcuni come un’apertura all’universalità dell’arte e da altri come un gesto politicamente inopportuno in una fase ancora segnata dal conflitto. Da quel momento, il dibattito ha superato i confini italiani, attirando critiche e osservazioni anche sul piano europeo e internazionale, con il timore che la scelta potesse apparire come una forma di normalizzazione culturale nei confronti di Mosca.
A complicare ulteriormente il quadro sono arrivati gli ispettori inviati dal ministero della Cultura, la cui relazione, sette pagine anticipate dal Corriere della Sera, ha cercato di fare chiarezza sugli aspetti procedurali e normativi. Secondo quanto emerso, non vi sarebbe stato alcun “invito formale” rivolto alla Federazione Russa. La Biennale ha infatti precisato che “la Federazione Russa non è stata formalmente invitata dalla Fondazione” e che il Paese “non ha sottoscritto il documento disciplinante la procedura di partecipazione, come anche altri Paesi titolari di padiglioni”. Nella relazione vengono inoltre esaminati il rispetto del regime sanzionatorio, la conformità normativa dei progetti, la gestione delle ricadute economiche dopo il taglio di due milioni di euro di cofinanziamento europeo in tre anni e persino le tensioni interne culminate nelle dimissioni della Giuria internazionale, in un clima di forte pressione legale e diplomatica.

La Fondazione ha rivendicato la propria posizione ricordando che la Biennale “non è una Expo”, sottolineando come non sia l’ente a promuovere direttamente la partecipazione degli Stati, ma siano questi ultimi a decidere autonomamente. Una distinzione tecnica che però non è bastata a spegnere una polemica ormai diventata simbolica, perché il vero cuore della controversia riguarda il ruolo stesso delle istituzioni culturali in tempi di guerra: possono davvero restare neutrali o ogni scelta diventa inevitabilmente politica?
Ed è proprio su questo terreno che la discussione ha assunto una dimensione ancora più ampia, coinvolgendo anche Fiorello, che durante la sua trasmissione ha preso pubblicamente posizione a sostegno di Buttafuoco. “Pietrangelo io sto con te sappi! La guerra e l’arte sono due cose diverse e anche per lo sport è la stessa cosa: mica tutti gli artisti russi sono favorevoli alla guerra e all’invasione? Il messaggio che vogliamo dare anche noi è: niente censura né nell’arte né nello sport, alle Olimpiadi ad esempio dovrebbero partecipare tutti…”. Le parole dello showman hanno rilanciato una visione opposta a quella più prudente delle istituzioni governative, riportando al centro il principio della separazione tra responsabilità dei governi e libertà individuale di artisti e sportivi.
Così, quella che inizialmente sembrava una questione interna alla Biennale si è trasformata in un confronto molto più ampio su censura, diplomazia culturale e funzione universale dell’arte. Da una parte la linea del governo, che ribadisce come la politica estera non possa essere delegata a istituzioni culturali, dall’altra chi sostiene che arte e sport debbano restare spazi aperti, capaci di superare i conflitti geopolitici. La vicenda Buttafuoco-Giuli, arricchita ora dall’intervento di Fiorello, mostra quanto il confine tra cultura e politica sia oggi più fragile che mai.