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No Tav, stretta di Piantedosi sui violenti. La polizia ne Identifica 1.500. Ecco come ha fatto

I partecipanti vengono radunati in fila e sottoposti ai controlli uno alla volta. Gli agenti non chiedono di consegnare i documenti, ma invitano ciascuno a tenere la carta d’identità ben visibile tra le mani. Subito dopo scattano fotografie e realizzano riprese complete, facendo scorrere l’inquadratura dalla testa ai piedi. Una procedura che ha suscitato perplessità tra i giovani presenti. “Più che un’identificazione mi sembra una schedatura da regime di polizia”, lamentano in molti.

Tra i partecipanti serpeggia il malumore, anche se nessuno dà vita a proteste vere e proprie. “Stranamente hanno fatto partire la fila da dove c’è il sole, mentre i poliziotti si sono messi all’ombra”, osserva una ragazza con lo zaino sulle spalle, mentre attende il proprio turno.

I controlli sono cominciati nelle prime ore della mattinata di ieri e hanno riguardato praticamente tutte le persone presenti al campo del Festival dell’Alta Felicità. Nessuno ha potuto lasciare la spianata di Venaus, dove erano state montate le tende, prima di essere identificato e fotografato dalle forze dell’ordine. Nel corso della sola giornata di ieri sono state controllate circa mille persone, che si aggiungono alle 500 già identificate domenica.

L’intera zona è stata presidiata da un imponente dispositivo di sicurezza. Ai posti di blocco gli agenti hanno fermato camper, automobili e perfino giovani in monopattino. L’obiettivo è ricostruire l’identità di chi ha preso parte agli scontri e alle devastazioni avvenute nei cantieri della Tav, ma anche lanciare un messaggio di assoluta fermezza dopo l’assalto.

Nonostante l’elevato numero di controlli, i risultati investigativi ottenuti finora appaiono però limitati. A fronte di circa 1.500 persone identificate complessivamente, sono stati eseguiti soltanto due fermi. I provvedimenti riguardano due cittadini tedeschi poco più che ventenni. Altri due loro connazionali sono invece stati espulsi e non potranno rientrare in Italia per i prossimi tre anni.

Si tratta di un bilancio ancora ridotto rispetto alle dimensioni degli scontri, ai quali avrebbero partecipato circa 700 manifestanti. Gli appartenenti al cosiddetto “blocco nero”, protetti da cappucci e abiti scuri, sarebbero riusciti finora a nascondere con efficacia la propria identità. Nel frattempo sono scadute anche le 48 ore previste per procedere con il fermo in flagranza differita, circostanza che potrebbe aver consentito a numerosi responsabili di sottrarsi ai provvedimenti immediati.

Resta ancora da stabilire quali accuse saranno formalmente contestate alle due persone fermate. La Procura di Torino ha aperto un fascicolo per devastazione, mentre gli investigatori stanno valutando anche l’eventuale aggravante delle finalità di terrorismo. Un ruolo decisivo sarà svolto dalle relazioni che verranno trasmesse dalla Digos.

Secondo gli inquirenti, l’organizzazione degli attacchi, la struttura quasi paramilitare del gruppo, l’impiego di “armi improprie” e la presenza di una regia capace di coordinare le diverse azioni potrebbero rendere più gravi le responsabilità degli indagati. In passato, tuttavia, alcune aggravanti e diversi capi d’imputazione formulati in casi analoghi si sono rivelati difficili da dimostrare e sono successivamente caduti nel corso dei processi.

Restano intanto i sequestri effettuati dopo gli scontri: maschere, bottiglie incendiarie e bulloni di notevoli dimensioni. Materiale che gli investigatori considerano parte dell’arsenale utilizzato dal “blocco nero” e che potrebbe contribuire a dimostrare la natura organizzata della guerriglia avvenuta nei cantieri.

Le indagini, dunque, proseguiranno nei prossimi giorni. Gli specialisti passeranno al setaccio i numerosi filmati diffusi anche in Rete, insieme alle riprese realizzate dalle forze dell’ordine e alle immagini raccolte dai droni della Digos. La speranza è individuare, anche attraverso un singolo dettaglio presente in qualche fotogramma, elementi capaci di rivelare l’identità delle persone nascoste dietro passamontagna e travisamenti.

Le identificazioni eseguite a tappeto a Venaus potrebbero inoltre avere un’utilità futura. Secondo gli investigatori, fotografie e dati raccolti potranno ampliare la banca dati utilizzata per verificare eventuali corrispondenze con i componenti dei gruppi che hanno assaltato e danneggiato i cantieri dell’alta velocità.

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