Un cd arrivato dalla Procura di Roma, custodito negli uffici della Camera e rimasto inaccessibile persino ai componenti della Giunta competente. Un voto prima fissato, poi rinviato. Due organismi parlamentari chiamati a intervenire su questioni differenti e, infine, la decisione di portare rapidamente il caso davanti all’Assemblea. Negli ultimi giorni la vicenda delle chat tra Andrea Delmastro Delle Vedove e Mauro Caroccia si è trasformata in uno dei più delicati scontri istituzionali della legislatura.
La Camera dovrebbe pronunciarsi il 5 agosto, dopo che la Giunta per le autorizzazioni ha respinto la proposta di svolgere un supplemento istruttorio. I deputati dovranno decidere se confermare la relazione della maggioranza, contraria all’acquisizione dei messaggi, oppure consentire alla magistratura di esaminarli. Sullo sfondo resta anche la possibilità di uno scrutinio segreto, che potrebbe rendere meno prevedibile il comportamento dei singoli parlamentari.
Non è un voto sulla colpevolezza di Delmastro

Il primo elemento da chiarire è che la Camera non sta decidendo se Delmastro debba essere processato. Parlare genericamente di “autorizzazione a procedere” può quindi risultare fuorviante. Quella sottoposta a Montecitorio è un’autorizzazione ad acta, relativa al sequestro e all’acquisizione della corrispondenza di un deputato ai sensi dell’articolo 68 della Costituzione.
Delmastro non risulta indagato nel procedimento romano. La richiesta della Procura nasce da un fascicolo che riguarda Mauro Caroccia e altri soggetti, in relazione a ipotesi di riciclaggio, intestazione fittizia di beni e agevolazione mafiosa. La magistratura vuole comprendere quale fosse l’effettiva gestione dell’attività commerciale finita sotto osservazione, da dove provenissero i capitali investiti, come fossero distribuiti gli eventuali proventi e se esistessero accordi diversi da quelli formalmente dichiarati.
Il voto della Camera, dunque, non stabilirà se Delmastro abbia commesso un reato, né comporterà automaticamente la pubblicazione delle conversazioni. Deciderà esclusivamente se quei messaggi potranno entrare formalmente nel materiale a disposizione degli inquirenti.
Il breve riepilogo: dal caso Cospito alla vicenda della società
Il nome di Delmastro è già legato a un altro procedimento giudiziario, completamente distinto da quello attuale. Si tratta del caso Cospito, nato dalla trasmissione al deputato Giovanni Donzelli di informazioni provenienti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sui colloqui in carcere dell’anarchico Alfredo Cospito. Per quella vicenda Delmastro è stato condannato a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio, pena confermata in appello nel maggio 2026 e destinata ora al vaglio della Cassazione.
La battaglia parlamentare di questi giorni riguarda invece la società Le 5 Forchette srl, costituita a Biella nel dicembre 2024 e collegata alla gestione di un ristorante romano. Al momento della nascita della società Delmastro deteneva il 25 per cento delle quote, mentre il 50 per cento apparteneva a Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia.
Quest’ultimo era stato coinvolto in un precedente procedimento giudiziario e nel febbraio 2026 aveva riportato una condanna definitiva per intestazione fittizia, aggravata dalla finalità di agevolare il clan camorristico dei Senese. La posizione societaria di Delmastro, i successivi trasferimenti delle quote e i rapporti con la famiglia Caroccia alimentarono una forte polemica politica, fino alle dimissioni dell’esponente di Fratelli d’Italia dall’incarico di sottosegretario alla Giustizia nel marzo scorso.
Questi elementi spiegano l’origine politica della vicenda, ma non devono essere confusi con l’oggetto del voto attuale. La Camera non sta giudicando la precedente partecipazione societaria di Delmastro: sta decidendo se la Procura possa accedere ai messaggi che potrebbero contribuire a ricostruire la gestione dell’impresa.
Che cosa cerca la Procura nelle conversazioni
Nel cellulare sequestrato a Mauro Caroccia sarebbe stata individuata l’esistenza di una chat dedicata alla gestione del ristorante, alla quale avrebbero partecipato anche alcuni soci piemontesi e lo stesso Delmastro. Gli investigatori, tuttavia, non hanno proceduto liberamente alla lettura e all’acquisizione dei messaggi che coinvolgevano il deputato.
La Procura ha infatti applicato il meccanismo stabilito dalla Corte costituzionale: una volta individuata la corrispondenza di un parlamentare all’interno del dispositivo di un terzo, l’attività di analisi deve fermarsi e l’autorità giudiziaria deve chiedere l’autorizzazione alla Camera di appartenenza.
È importante comprendere anche il significato materiale del termine “sequestro”. La magistratura non sta chiedendo di impossessarsi del telefono di Delmastro. Il dispositivo era già stato sequestrato a Caroccia. L’autorizzazione riguarda la possibilità di estrarre, esaminare e acquisire i messaggi nei quali il deputato figura come mittente, destinatario o partecipante alla conversazione.
Secondo la Procura, quelle comunicazioni sarebbero necessarie per verificare le dichiarazioni rese dagli indagati, chiarire il ruolo effettivo dei diversi soci e ricostruire gli aspetti economici dell’operazione. Delmastro, dal canto suo, ha dichiarato di avere trasmesso personalmente le chat ai magistrati e di non avere nulla da nascondere. Anche questa consegna spontanea, però, non risolve automaticamente il problema costituzionale: la tutela prevista dall’articolo 68 non viene considerata un semplice diritto alla riservatezza del singolo, liberamente rinunciabile, ma una garanzia collegata alla funzione parlamentare.

Dal primo no della Giunta al cd chiuso in cassaforte
Il passaggio decisivo è avvenuto il 22 luglio, quando la Giunta per le autorizzazioni ha approvato la relazione del deputato di Forza Italia Pietro Pittalis, favorevole a negare l’acquisizione delle conversazioni. Il voto definitivo dell’Aula era stato inizialmente fissato per il 30 luglio.
Poco prima del passaggio a Montecitorio, però, il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha trasmesso alla Camera una nuova lettera accompagnata da un cd contenente la documentazione. Il presidente della Giunta per le autorizzazioni, Devis Dori di Alleanza Verdi e Sinistra, aveva inizialmente consentito ai componenti dell’organismo di consultare il materiale. Il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha poi bloccato l’accesso, ritenendo necessario un chiarimento preventivo sulle procedure da seguire.
Il voto dell’Aula è stato quindi rinviato e la questione è passata alla Giunta per il Regolamento, chiamata non a decidere sull’utilizzabilità giudiziaria delle chat, ma a stabilire quale organismo parlamentare fosse competente a pronunciarsi sulla loro consultazione. Con una votazione terminata sette a sei, il dossier è stato restituito alla Giunta per le autorizzazioni.
Il 4 agosto la maggioranza ha infine respinto la proposta di aprire una nuova istruttoria e ha scelto di tornare direttamente in Aula. La conseguenza è che i documenti inviati dalla Procura resteranno inaccessibili ai componenti della Giunta. Dori ha denunciato il rischio che i deputati siano chiamati a votare senza avere potuto conoscere il materiale sul quale dovrebbero pronunciarsi e ha annunciato approfondimenti sulla possibilità di rivolgersi alla Corte costituzionale.
Le ragioni della maggioranza: richiesta troppo ampia e poco delimitata
Per il centrodestra, il rifiuto non rappresenta uno scudo politico costruito intorno a Delmastro, ma l’applicazione rigorosa di una garanzia costituzionale. La richiesta della Procura sarebbe eccessivamente generica, priva di una delimitazione temporale sufficientemente precisa e non accompagnata dalla dimostrazione che gli stessi risultati non possano essere ottenuti attraverso strumenti investigativi meno invasivi.
Secondo questa impostazione, consentire l’accesso a una chat di gruppo senza filtri adeguati rischierebbe di produrre un’acquisizione indiscriminata di conversazioni estranee all’indagine. Nei messaggi potrebbero comparire rapporti politici e istituzionali riguardanti altri amministratori o consiglieri regionali, con il pericolo di trasformare una richiesta specifica in una ricerca esplorativa molto più ampia.
La maggioranza richiama inoltre il precedente della sentenza costituzionale sul caso Open e accusa le opposizioni di utilizzare criteri diversi a seconda dell’appartenenza politica del parlamentare coinvolto. La tesi è che le garanzie debbano valere anche quando l’interessato dichiara di voler collaborare o non è formalmente indagato.
La posizione delle opposizioni: il Parlamento non può scegliere come indagare

Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra sostengono invece che la richiesta della Procura sia sufficientemente circoscritta. L’autorità giudiziaria avrebbe indicato il dispositivo interessato, gli interlocutori, il contesto societario e le finalità dell’acquisizione. Pretendere che i magistrati dimostrino in anticipo il valore probatorio di messaggi che non hanno ancora potuto leggere significherebbe imporre una condizione impossibile.
Il Parlamento, secondo le relazioni di minoranza, può verificare che non esistano intenti persecutori e che la richiesta sia collegata a un’indagine reale e determinata. Non può però sostituirsi al pubblico ministero nella scelta degli strumenti investigativi, né anticipare un giudizio sull’utilità delle prove.
La polemica è diventata ancora più dura dopo la decisione di impedire la consultazione del cd. Per le opposizioni, chiedere all’Aula di confermare il diniego senza consentire alla Giunta di conoscere i nuovi documenti significa trasformare una tutela costituzionale in una protezione politica. Il centrodestra replica che il contenuto delle conversazioni non potrebbe comunque correggere i difetti originari della richiesta e che la questione deve essere valutata sulla base della sua legittimità, non sulla curiosità suscitata dai messaggi.
Occorre inoltre distinguere tre piani che nel dibattito pubblico vengono spesso sovrapposti: la possibilità dei componenti della Giunta di leggere la documentazione, l’autorizzazione concessa alla magistratura per acquisirla e l’eventuale pubblicazione delle conversazioni. Il voto della Camera riguarda soltanto il secondo punto.
L’articolo 68 e il confine tra garanzia e immunità
Il terzo comma dell’articolo 68 della Costituzione stabilisce che, senza l’autorizzazione della Camera di appartenenza, un parlamentare non possa essere sottoposto a intercettazioni e non possa esserne sequestrata la corrispondenza. La legge numero 140 del 2003 disciplina la procedura attraverso la quale l’autorità giudiziaria deve presentare la richiesta e indicare i fatti e gli elementi che la giustificano.
Con la sentenza numero 170 del 2023, la Corte costituzionale ha chiarito che anche email, sms e messaggi WhatsApp rientrano nella nozione di corrispondenza. La protezione continua a operare dopo la ricezione e vale anche quando i messaggi vengono trovati nel telefono di una persona che non appartiene al Parlamento.
La garanzia non nasce per attribuire al deputato un privilegio personale, ma per evitare che un altro potere dello Stato possa interferire indebitamente con l’attività politica e rappresentativa. Proprio per questo, tuttavia, non dovrebbe trasformarsi in un’immunità assoluta o in un ostacolo generalizzato all’acquisizione delle prove.
Il vero contrasto riguarda quindi l’intensità del controllo esercitabile dalla Camera. La maggioranza ritiene di poter verificare in maniera approfondita necessità, proporzionalità, selettività e precisione dell’atto investigativo. Le opposizioni sostengono che un simile controllo non possa spingersi fino a giudicare la strategia della Procura o a pretendere la prova anticipata dell’utilità delle conversazioni.
Che cosa può accadere dopo il voto
Se l’Aula approverà la relazione della maggioranza, l’autorizzazione sarà negata e la Procura non potrà acquisire formalmente i messaggi coperti dalla prerogativa parlamentare. L’indagine potrà proseguire attraverso altri elementi, ma resterà privata di una parte della documentazione ritenuta rilevante dagli inquirenti.
La Procura di Roma ha già valutato la possibilità di promuovere un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale, sostenendo che la Camera abbia oltrepassato i limiti del proprio controllo e sia entrata nel merito dell’attività investigativa. Un eventuale giudizio della Consulta non stabilirebbe responsabilità penali, ma definirebbe il confine tra i poteri del Parlamento e quelli della magistratura.
Un secondo e differente conflitto potrebbe essere sollevato dal presidente della Giunta Devis Dori, che ritiene compromesse le prerogative dei componenti dell’organismo ai quali è stato impedito di consultare il materiale. In questo caso la questione riguarderebbe il diritto dei parlamentari a esercitare consapevolmente le proprie funzioni, non l’utilizzabilità delle chat da parte della Procura.
Se invece l’Aula respingesse la relazione della maggioranza e autorizzasse l’acquisizione, i magistrati potrebbero esaminare i messaggi e valutarne la rilevanza. Questo non comporterebbe alcuna automatica iscrizione di Delmastro nel registro degli indagati, né dimostrerebbe l’esistenza di condotte illecite. Significherebbe soltanto permettere all’autorità giudiziaria di verificare il contenuto delle conversazioni.
Il voto di Montecitorio potrebbe quindi non rappresentare l’ultimo capitolo del caso. Dietro la disputa sulle chat si confrontano due esigenze entrambe costituzionalmente rilevanti: proteggere il libero esercizio del mandato parlamentare e impedire che quella protezione diventi un veto politico sull’acquisizione delle prove. È questo equilibrio, più ancora della posizione personale di Delmastro, che la Camera è chiamata a definire.