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Omofobia, la storia di Tiziana: “A scuola mi urlavano sei maschio o femmina?”

La quotidianità delle persone lesbiche, gay, transessuali e bisessuali (LGTB) continua a subire, fin dall’infanzia, rifiuto, scherno e vessazioni. Un trattamento ostile questo che fa sì che le persone LGTB si sentano emarginate e socialmente disprezzate. Come è accaduto a Tiziana Fisichella, fuggita all’età di 18 anni dalla sua Catania per rincorrere il sogno di una vita libera e di un amore felice. Era il 1999 quando, insieme alla sua ragazza, ha preso il treno di sola andata per Milano. Ai genitori aveva detto di avere trovato lavoro nella metropoli, ma non era vero. Stava fuggendo. Senza un soldo e senza una casa dove stare, le due ragazze, ricche solo del loro amore, sono arrivate a Milano con una valigia piena di vestiti e speranze. “Quel giorno abbiamo scelto di vivere invece che sopravvivere”. Oggi, a 49 anni, Tiziana e la sua compagna sono una famiglia. Tiziana ha un impiego come informatica in una multinazionale e da qualche mese è coordinatrice del Pride di Milano, la manifestazione dell’orgoglio delle persone gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, asessuali, intersessuali e queer, un punto di riferimento per la comunità arcobaleno in Italia. La sua, dice, è una storia come tante. “In molti scelgono di fare attivismo perché spinti da un vissuto personale– ha spiegato l’attivista all’Huffingtonpost -. È il punto di rottura tra il vivere passivamente ogni forma di ostilità e il metterci la faccia, rimboccarsi le maniche per reagire e contribuire a ogni piccolo passo verso la conquista del diritto di esistere al pari degli altri”.

Un’infanzia tormentata
“Da piccola ricordo solo una grande confusione. Mi guardavo allo specchio e pensavo che a un certo punto il mio corpo sarebbe cambiato e mi sarei trasformata in un maschietto. ‘Forse sono in ritardo con lo sviluppo, mi dicevo’. Ma il tempo passava e non riuscivo più a capire chi fossi e come gestirmi. I bambini mi chiedevano: ma sei maschio o femmina? Io non sapevo rispondere”. Quando pensa alla sua infanzia, la mente di Tiaziana torna alle litigate con i compagni, all’incapacità di spiegare “quello che senti perché tu stesso non lo sai”. E in un contesto che non aiuta. “Come fai a capire se sei lesbica o gay quando quello che hai intorno è un mondo binario?”. Offese, violenze verbali, body shaming. “A scuola mi prendevano di petto, in gruppo, per urlarmi addosso. In uno di quegli episodi si rese complice, con i suoi sorrisetti, anche una maestra supplente. Ma sei maschio o sei femmina? Ma quanto mangi? mi chiedevano. Avevo capito che qualcosa di me era diverso e sbagliato agli occhi della gente, forse avevo anche capito in parte cosa, ma non sapevo quando tutto questo si sarebbe risolto, magari crescendo”.
I dubbi, per Tiziana, sono iniziati molto presto. “Quando al mercato vedi un giocattolo che ti piace da morire e non è quello che la tua famiglia si aspetta – e te lo fanno notare in un modo che ti provoca dolore perché, ancora una volta, ti chiedono di decidere cosa sei, se maschio o femmina – allora capisci che c’è qualcosa che non va in te”. C’è un’immagine della sua infanzia che ha ancora davanti agli occhi: un paio di ballerine colore carta da zucchero con i bordi in oro. “Mi buttarono via le scarpe da ginnastica e mi fecero indossare a forza quelle ballerine, dicendomi: ‘Se vuoi uscire, metti queste’. Altrimenti mi avrebbero chiuso in casa”.Il volontariato nella comunità Lgbt
“Se potessi tornare indietro, cambierei le cose. Oggi sono libera di dire a tutti chi sono, pure al lavoro, anche se ne ho pagato le conseguenze e per anni ho subito mobbing. Ma con la mia famiglia no: non abbiamo mai parlato apertamente e ormai non c’è più tempo per farlo. È un vuoto che ormai non posso più riempire”. Tiziana oggi sta provando a farlo con il volontariato nella comunità Lgbt di Milano, la città che nella sua vita ha rappresentato un punto di svolta. “Non posso aggiustare il mio passato, ma non vorrei che si ripetesse per altri”.

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