La sicurezza di chi indossa una divisa torna al centro dello scontro politico. Dopo le violenze a Milano, Matteo Piantedosi risponde al sindaco Giuseppe Sala e respinge le critiche sulla consistenza del dispositivo di polizia. Il ministro dell’Interno parla di «sinistra radical chic» e accusa il primo cittadino di spostare il confronto sulle responsabilità dello Stato anziché su quelle degli aggressori.
Il punto politico è netto: discutere l’organizzazione dei servizi di sicurezza è legittimo, ma la discussione non può trasformare gli agenti nel bersaglio di una polemica mentre sono loro a fronteggiare la violenza. È su questo terreno che, domenica 18 ottobre, si consuma il confronto tra Viminale e Palazzo Marino.

Piantedosi difende gli agenti e attacca Sala
Nelle dichiarazioni diffuse da Askanews, Piantedosi sostiene che le verifiche sui dispositivi di sicurezza vadano svolte, ma senza attenuare le responsabilità individuali di chi commette violenze. Rivendica l’operato dei poliziotti, che secondo il ministro hanno evitato conseguenze peggiori rispettando le regole d’impiego della forza.
La sua critica riguarda soprattutto il rischio di confondere due piani: valutare come proteggere meglio una manifestazione e cercare spiegazioni che finiscano per giustificare chi aggredisce. Piantedosi annuncia inoltre il proseguimento delle indagini per individuare i responsabili, richiamando l’applicazione delle leggi anche quando sono coinvolti minorenni.
La replica del sindaco di Milano
Sala respinge l’etichetta e, nella replica riportata da Askanews, invita il ministro a evitare gli attacchi personali. Ricorda di aver già condannato fermamente i violenti e conferma la disponibilità a collaborare con il governo. La sua posizione è che chiedere conto della gestione della sicurezza non significhi assolvere chi ha provocato i disordini.

La tutela dei poliziotti deve restare una priorità
Al di là delle schermaglie tra istituzioni, resta una questione che non dovrebbe dividere: gli agenti non sono bersagli. La libertà di manifestare non comprende la libertà di colpire chi è chiamato a garantirla. Difendere questo principio significa proteggere anche chi scende in piazza pacificamente e vede la propria protesta oscurata dalle aggressioni.
Il confronto sui mezzi e sul personale deve servire a mettere i poliziotti nelle condizioni di lavorare meglio. Non può diventare un alibi per la violenza. Condannare gli aggressori e verificare l’efficacia delle misure di sicurezza sono responsabilità compatibili: la politica dovrebbe assumersele entrambe, senza lasciare soli gli uomini e le donne in divisa.