Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha scelto la vigilia del vertice europeo sull’emergenza Ceuta per attaccare frontalmente il governo italiano, accusandolo di «non essere stato all’altezza» della crisi migratoria e sostenendo che Roma dovrebbe imparare da Madrid come si gestisce un confine. Un’uscita che suona, più che come un’analisi, come un tentativo di spostare l’attenzione da un fallimento clamoroso, quello dello stesso governo Sánchez, che si è fatto sorprendere da un’ondata di decine di migliaia di persone entrate in poche ore in territorio europeo.

Prima l’invasione, poi la corsa ai rimedi
I fatti raccontano una sequenza diversa da quella che Albares vorrebbe accreditare. Il governo spagnolo ha ammesso, per bocca delle stesse fonti citate da El País, di non avere avuto alcuna informazione di intelligence sull’arrivo di massa. Solo dopo che Ceuta è stata travolta — con i residenti costretti a erigere barricate nei quartieri per proteggersi e con un bilancio di vittime che le stesse autorità spagnole non sono riuscite a quantificare con precisione, oscillando tra le decine e le quasi novanta salme recuperate — Madrid ha reagito, schierando l’esercito e organizzando rimpatri d’urgenza. Non gestione preventiva, dunque, ma pura emergenza rincorsa a cose fatte, con una popolazione locale lasciata sola ad affrontare la crisi e a manifestare, anche apertamente, il proprio disagio nei confronti dell’esecutivo di Pedro Sánchez.
Un premier che, va detto, si presenta a questo confronto europeo in una posizione politica quanto mai fragile: tra la condanna del fratello David, la sentenza nei confronti dell’ex ministro Ábalos nel caso mascherine e il rinvio a giudizio della moglie Begoña Gómez, accusata di traffico di influenze e appropriazione indebita, il fronte giudiziario che circonda La Moncloa è quanto di più lontano si possa immaginare da un esempio di buon governo da esportare in Europa.

I numeri del Viminale smontano l’accusa
Alle accuse di Albares ha risposto seccamente il Viminale, che ha respinto la narrazione di un’Italia «sommersa» e fuori controllo, richiamando i dati ufficiali: un calo degli sbarchi del 55% da gennaio rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e dell’82% rispetto al 2023, anno in cui l’attuale esecutivo aveva ereditato una situazione che lo stesso ministero definisce «completamente fuori controllo». Sul fronte specifico di Lampedusa, spesso evocato dalla propaganda avversaria come simbolo dell’emergenza permanente, il ministero sottolinea che l’isola non vive più da tempo alcuna situazione critica. Sono numeri che raccontano una gestione impostata su prevenzione, accordi con i Paesi di origine e transito e un lavoro sui rimpatri che il governo italiano intende ora rilanciare anche a livello europeo.
La sospensione di Schengen non è un caso isolato italiano
Va inoltre ricordato, contro la vulgata di un’Italia isolata e “cinica”, che la richiesta di misure straordinarie verso la Spagna non è arrivata da Roma in solitaria: è stata la Danimarca ad affiancare l’Italia nella richiesta di sospensione, mentre la ministra dell’Interno finlandese si è pubblicamente schierata a sostegno della linea Meloni-Piantedosi, invitando gli altri governi europei a fare lo stesso. Una misura di responsabilità nazionale, temporanea e motivata da un’emergenza di sicurezza, non un capriccio isolato.
Il modello Albania non convince più solo l’Italia
Proprio nel vertice straordinario dei ministri dell’Interno convocato per affrontare la crisi, l’Italia — con Matteo Piantedosi in prima linea — porterà sul tavolo la proposta di estendere il “modello Albania” a nuovi hub per il rimpatrio dei migranti irregolari, finanziati con fondi europei e localizzati in Paesi terzi. Una strada che non piace all’opposizione e ad una parte di magistrati che ne hanno contestato duramente i costi e l’efficacia nella fase di avvio. Ma è un fatto che l’impostazione italiana sta trovando interlocutori sempre più numerosi: da marzo, Austria, Germania, Paesi Bassi, Grecia e proprio la Danimarca lavorano già su ipotesi di hub esterni di rimpatrio sullo stesso schema, segno che la linea rigorosa proposta da Roma non è più un’eccezione isolata ma un punto di riferimento condiviso da governi di orientamento politico anche diverso tra loro.