Economia

Salvimaio e le mani in tasca ai pensionati. Chi pagherà il “contributo di solidarietà”

Ed eccoci qua che mettono le mani in tasca pure ai pensionati. Questo governo ci ha insegnato che le cose non si devono chiamare con il loro nome: l’inciucio è diventato “contratto di governo”, il condono “pace fiscale” e ora il prelievo sulle pensioni “contributo di solidarietà”. Un contributo, sì, a più aliquote sulle pensioni cosiddette “d’oro”, insieme a una nuova stretta sull’indicizzazione di questi assegni all’inflazione. È questa l’ultima ipotesi tecnica approdata al tavolo del vertice di maggioranza che si è tenuto ieri pomeriggio a palazzo Chigi senza il ministro dell’Economia, Giovanni Tria.

Sulle “pensioni d’oro”, ovvero gli assegni netti superiori a 4.500 euro mensili (90mila lordi l’anno) l’ipotesi di partenza è quella di un contributo di solidarietà articolato almeno in tre fasce: tra 90 e 120mila euro (6% di prelievo), 120-160mila euro (12%), oltre i 160mila euro (18%).

Il governo sta raschiando il fondo del barile per pagare il reddito di cittadinanza e le altre mancette elettorali e così ecco qua la nuova intuizione. La durata del contributo di solidarietà e la scelta dello strumento legislativo da adottare (direttamente in manovra o con un emendamento parlamentare) ieri erano ancora da decidere. Così come l’ipotesi di una rimodulazione del meccanismo di perequazione di questi assegni all’inflazione.

Il ricorso al prelievo non precluderebbe la possibilità di raffreddare, almeno parzialmente, l’indicizzazione all’inflazione. Il pacchetto preparato dai tecnici infatti prevede, tra le varie opzioni, un abbattimento dal 25 al 50% dell’adeguamento al costo della vita per le pensioni nove volte superiori al minimo. Con questa duplice mossa il taglio sulle “pensioni d’oro” potrebbe garantire tra i 200 e i 300 milioni l’anno. Ma la nuova indicizzazione potrebbe avere effetti anche sui trattamenti più bassi.

Tra i capitoli minori di questo dossier resta la riapertura di “opzione donna” per le lavoratrici con 58 anni e 35 di contributi entro fine 2018, il pensionamento a 41 anni dei precoci, il prolungamento dell’Ape sociale e il riconoscimento di una nuova integrazione al minimo per i lavoratori del sistema contributivo puro, ovvero i più giovani.

Il riferimento di partenza sarebbero i 780 euro delle nuove “pensioni di cittadinanza”, ma l’assegno Inps potrebbe rivelarsi più pesante per questi lavoratori (con almeno 20 anni di versamenti) le cui carriere discontinue non garantirebbero una pensione piena.

 

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