Lavoro

Papa Francesco e il 1° maggio: selfie con il sindacalista Aboubakar Soumahoro

Un gesto davvero significativo il primo maggio per papa Francesco. Al termine dell’udienza generale del mercoledì, che è coincisa  con la festa del Primo Maggio, il pontefice si è fatto fotografare con Aboubakar Soumahoro, il dirigente sindacale italo-ivoriano della USB, amico e collega di Sacko Soumayla, il rappresentante dei braccianti ucciso a colpi di fucile in Calabria il 2 giugno dello scorso anno.

A presentare Soumahoro al Papa è stato il direttore dell’Espresso, Marco Damilano, che ha portato al Pontefice alcune copie del settimanale di cui il sindacalista è un collaboratore. “Oggi celebriamo la memoria di San Giuseppe lavoratore – ha detto il Pontefice nel corso dell’udienza – la sua figura ci orienti sempre verso Cristo, sostenga il sacrificio di coloro che operano il bene e interceda per quanti hanno perso il lavoro o non riescono a trovarlo”.

Poi il papa ha aggiunto: “Preghiamo specialmente per quanti non hanno lavoro, che è una tragedia mondiale di questi tempi”. Aboubakar Soumahoro, 38 anni, italiano nato in Costa d’Avorio, sociologo e sindacalista del coordinamento dei lavoratori agricoli Usb, è tante cose insieme. Ha fatto il bracciante agricolo e il muratore, si è laureato a Napoli in sociologia, vive tra la Calabria e la Puglia, ha alle spalle una famiglia mezza cattolica e mezza musulmana.

E in un’Italia incazzata, divisa, affranta, lui vuole unire, far convergere e portare in piazza quelli che oggi protestano e si lamentano nella solitudine dei profili Facebook. Dai braccianti ai rider, dai migranti alle donne. La sua faccia e la sua voce hanno colpito l’Italia intera, quando intervenne con megafono in mano nella manifestazione di protesta successiva alla morte del suo amico Soumaila Sako, il bracciante arrivato dal Mali fino in Calabria e ucciso lo scorso 2 giugno con un colpo di fucile.

“Un bracciante deve camminare gomito a gomito con i rider, con i disoccupati, con i lavoratori del privato”, disse. E oggi torna a ripeterlo, mentre si impegna nella costruzione di quella che definisce una nuova ‘catena umana’. “Bisogna organizzarsi, cercare forme di ricomposizione. Nella gabbia dello sfruttamento non sono intrappolati solo i braccianti immigrati, ma i lavoratori di tutti i settori che ogni giorno svolgono un lavoro che non dà dignità”, racconta.

“Un fattorino una volta mi ha detto: ‘Noi non siamo rider, siamo i braccianti delle metropoli. Lavoriamo a cottimo, prendiamo quanto prendono i braccianti della Piana di Gioia Tauro’. Ha centrato il punto. Il sindacato deve capire come ricomporre e intercettare queste diverse forme di precarietà che esistono anche al di fuori dei campi, come i giornalisti che scrivono e lavorano a loro volta a cottimo”.

 

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