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Renzi telefona a Conte: 20 deputati e 10 senatori lasciano il Pd

Non si torna indietro. Matteo Renzi ha preso la sua decisione, perfezionando l’operazione che darà vita alla sua nuova avventura politica in un giorno particolarmente significativo, mentre era a Londra al riparo dalle pressioni. Tornando a Roma, in queste ore, l’ex premier telefonerà al suo successore Giuseppe Conte per annunciare la nascita di nuovi gruppi parlamentari che appoggeranno il suo governo.

Renzi chiamerà anche i presidenti delle due Camere, preavvisandoli dell’arrivo di comunicazioni formali: 20 deputati e 10 senatori lasceranno il gruppo del Partito Democratico a Montecitorio e Palazzo Madama. Si tratta i numeri minimi indispensabili per poter formare da subito gruppi autonomi. A rivelarlo è Open, che spiega: “La ‘linea’ sarà data da un’intervista dello stesso Renzi a Repubblica che uscirà domattina, il 17 settembre, e poi con un classico post sui social. Confermata poi la partecipazione dell’ex sindaco di Firenze a Porta a Porta”.
Chi ci sarà e chi no nel partito renziano? Sicuramente ci saranno le ministre Teresa Bellanova e Elena Bonetti. La Bellanova anzi sarà la capodelegazione dei renziani al governo. Nella prima fase il coordinatore sarà Ettore Rosato, e il portavoce Luigi Marattin. Ci saranno renziani di vecchia data come Bonifazi o la Boschi, ma anche figure fin qui meno inquadrate e rappresentative come Lucia Annibali.Possibili anche apporti esterni, come quello del senatore socialista (e fiorentino) Nencini. Non ci saranno ex renzianissimi come Luca Lotti e il neo ministro della difesa Lorenzo Guerini. Mancheranno i sindaci, che restano nel Pd (come Nardella e Gori). Si tenterà di evitare ogni possibile polemica, un divorzio consensuale con l’impegno a mantenere buoni rapporti almeno fino all’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Ma il conto di chi va e chi resta viene fatto in queste ore, dalle due parti, con la consegna precisa di evitare ogni polemica, come in un divorzio consensuale al quale seguiranno buoni rapporti, almeno per il prosieguo della legislatura, fino all’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Resta il dubbio sul nome: di sicuro non sarà “L’Italia del sì” come ipotizzato.

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