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Bubbone Renzi: ecco perché è lui il problema dell’opposizione

Come la metti la metti, Renzi divide. Anche quando è all’opposizione. Perché quando era al governo, per molti (soprattutto i compagni di partito che lo hanno affossato) il problema era lui. Ora che è all’opposizione, il problema è di nuovo lui. Dopo la disfatta del 4 marzo, nel mondo politico si pensava a una lunga autoanalisi del PD, e del suo ex segretario, per capire le ragioni della sconfitta, da lì riorganizzarsi e ripartire, facendo opposizione in aula e costruendo un’alternativa fuori.

In tutto questo, però, altri leader nel mondo della sinistra sembra non riescano a sbocciare, e Renzi continua a farla da padrone nonostante non sia più né presidente del consiglio, né segretario del PD. Le primarie sono alle porte, e lui ha detto che non si ricandiderà (staremo a vedere). Intanto, però, i programmi tv continuano a chiamare lui, perché Martina è come se non ci fosse (ha l’appeal leaderistico di una felce in mezzo al bosco) e Zingaretti stenta a decollare, nonostante sembri essere il nome forte.

Il problema, però, non è Renzi in sé, ma il fatto che in una democrazia occidentale la mancanza di opposizione non è accettabile. Insomma, il Pd oggi scende in piazza, anche con Renzi, ma appare come sempre troppo scollato e allo sbando. E questo a molti non può che far piacere. Anzi di più. C’è chi letteralmente sprizza rivalsa da tutti i pori, aggiungendo all’esultanza del vincitore il disprezzo del dominatore, senza rendersi conto che la sconfitta totale della sinistra rappresenta un concreto rischio per la tenuta democratica del Paese.

Oggi in Italia, infatti, non esiste più opposizione, che nelle dinamiche politiche e parlamentari rappresenta il primo e più importante contrappeso alle spinte autoritarie. Anche Forza Italia, che non ha votato la fiducia al governo Conte, non ha nessuna intenzione di fare la voce grossa contro il nuovo leader del centrodestra, quel Matteo Salvini che presto o tardi potrebbe essere chiamato a guidare lo schieramento che contiene il partito dell’ex cavaliere un’altra competizione elettorale, a cominciare probabilmente dalle Europee del 2019.

Resterebbe il Pd, se solo il Pd esistesse ancora. Orfini dice di azzerare e ricominciare. Per Cacciari è un partito superato. Per gli osservatori è una macchina ingolfata. Immaginare la settima potenza industriale, l’Italia appunto, senza un’opposizione dovrebbe impensierire anche chi oggi si crede politicamente sul tetto del mondo. E dovrebbe dare la sveglia a quanti, a cominciare da Matteo Renzi, continuano a ingozzarsi di popcorn senza sentire il dovere morale di fare la propria parte, anche se è una parte difficile e, per ora, perdente. Lui, però, non molla. Fa finta di essere in disparte ma tiene ancora le redini del partito.

Lancia appelli, scalda gli animi, organizza la Leopolda, va da Vespa, dalla Gruber… Insomma, continua a essere il vero “capo” senza esserlo formalmente. Le primarie indicheranno il nuovo corso. Renzi (o il suo candidato) ne uscirà sconfitto: a quel punto si vedrà se farà quello che l’opposizione interna ha fatto sempre con lui, oppure sarà responsabile e accetterà la sconfitta mettendosi al servizio del PD per provare a rovesciare la partita. Staremo a vedere… Ma chi lo conosce e chi conosce gli umori del partito, sa che difficilmente farà il panchinaro.  L’opposizione, intanto, aspetta, mentre il paese andrà probabilmente a schiantarsi.

 

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