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Robot umanoidi, la Cina domina il mercato: dietro i record si gioca il futuro del lavoro

Il robot che corre i 100 metri più velocemente di un essere umano è un’immagine perfetta per attirare l’attenzione, ma il dato economicamente rilevante non è quello del cronometro. Ai World Humanoid Robot Games di Pechino, Tiangong Ultra ha vinto in 9,39 secondi, mentre Lightning, sviluppato da Honor, era stato accreditato di 9,32 secondi in un test. Dietro lo spettacolo c’è una strategia precisa: trasformare l’intelligenza artificiale in macchine da impiegare nelle fabbriche, nei magazzini e nei servizi.

Un mercato ancora piccolo, ma quasi tutto cinese

Nel primo semestre del 2026 le spedizioni mondiali di robot umanoidi sono state stimate in circa 19.100 unità, il 272% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. I produttori cinesi avrebbero coperto oltre il 97% dei volumi e la Cina più dell’85% della domanda. Un’altra rilevazione colloca le consegne sopra quota 22.000, quasi il 300% in più: le cifre cambiano in base alle definizioni e al conteggio di prototipi, unità di ricerca e prodotti commerciali, ma la tendenza è netta.

AgiBot e Unitree rappresentano insieme circa tre quarti delle spedizioni. Oltre il 70% dei robot sarebbe destinato ad attività industriali o commerciali, contro circa il 50% di un anno prima. Per il 2026 si prevedono quasi 60.000 unità e ricavi vicini a 1,6 miliardi di dollari. Il mercato è ancora di nicchia, ma cresce abbastanza da attirare case automobilistiche, investitori e governi.

Il vantaggio decisivo è nella filiera

Nel 2024 la Cina ha installato 295.000 robot industriali, il 54% del totale globale, portando lo stock operativo oltre i due milioni. I produttori nazionali hanno conquistato il 57% del mercato interno, contro circa il 28% medio del decennio precedente. Componenti e impianti sviluppati per elettronica, batterie e auto elettriche possono così essere riutilizzati negli umanoidi.

Motori, attuatori, riduttori armonici, sensori, batterie e sistemi di visione determinano gran parte del costo. Una simulazione su Optimus, il robot di Tesla, stima che senza fornitori cinesi la distinta base potrebbe salire da circa 46.000 a 131.000 dollari; i soli attuatori passerebbero da 22.000 a 58.000 dollari. Non è un prezzo commerciale, ma rende evidente il vantaggio della filiera cinese.

I modelli più economici di Unitree partono da 4.900-5.900 dollari, al netto di tasse e spedizione, mentre il G1 è proposto a 13.500 dollari. Il listino, però, non coincide con il costo di una macchina pronta a lavorare. Gli umanoidi industriali completi possono costare tra 300.000 e 500.000 yuan. Per ripagarsi in due anni rispetto a un dipendente da 80.000 yuan annui, il costo totale dovrebbe scendere verso 160.000 yuan. La soglia decisiva è quindi il costo dell’ora produttiva.

Il test più difficile è il ritorno sull’investimento

Correre e ballare dimostra equilibrio e potenza, ma una fabbrica richiede precisione, sicurezza, autonomia e continuità. Si stima che tra il 50% e il 70% degli umanoidi prodotti nel 2026 possa finire nelle “fabbriche di dati”, dove le macchine vengono addestrate senza generare ancora valore diretto per un cliente. Il passaggio dalla dimostrazione al lavoro remunerativo resta il principale ostacolo.

I primi casi industriali sono però misurabili. In undici mesi nello stabilimento Bmw di Spartanburg, Figure 02 ha lavorato per circa 1.250 ore, movimentato oltre 90.000 componenti e contribuito alla produzione di 30.000 veicoli. Toyota Canada ha scelto Digit di Agility Robotics con un contratto “robot-as-a-service”, mentre Hyundai prevede di introdurre Atlas di Boston Dynamics dal 2028. Il noleggio con assistenza riduce l’esborso iniziale e parte del rischio per il cliente.

Politica industriale e finanza spingono la produzione

L’intelligenza artificiale incarnata è entrata nel quindicesimo piano quinquennale cinese come nuovo motore di crescita. Fondi, sussidi e acquisti pubblici accompagnano gli investimenti privati. La spesa statale rilevata per robot umanoidi e tecnologie collegate è passata da 4,7 milioni di yuan nel 2023 a 214 milioni nel 2024.

Unitree ha raccolto circa 900 milioni di dollari con la quotazione a Shanghai e ha chiuso il primo giorno con un rialzo del 460%, raggiungendo una valutazione vicina a 50 miliardi di dollari, nonostante l’impiego commerciale resti limitato. Il 24 agosto Xpeng ha annunciato oltre 900 milioni per la propria divisione robotica, valutata più di 6,3 miliardi, con l’obiettivo di arrivare a mille unità mensili entro la fine del 2026. I capitali accelerano la produzione, ma possono spingere le valutazioni oltre i ricavi reali.

Il nodo del lavoro e la contraddizione demografica

Nel 2025 la popolazione cinese è diminuita di 3,39 milioni di persone. Gli over 60 rappresentano il 23% degli abitanti e la fascia tra 16 e 59 anni il 60,6%. L’automazione può quindi compensare la riduzione della forza lavoro e coprire mansioni pesanti o ripetitive. Eppure la disoccupazione urbana tra i 16 e i 24 anni ha raggiunto il 17,9% nel luglio 2026: la carenza di personale è settoriale e di lungo periodo, non un’assenza generale di lavoratori.

Quasi un quarto dei posti di lavoro cinesi è formato da mansioni manuali routinarie esposte all’automazione. Le attività più standardizzate saranno le prime a cambiare, mentre crescerà la domanda di manutentori, integratori, addestratori, specialisti della sicurezza e gestori dei dati. La questione economica è chi incasserà i benefici della maggiore produttività e chi sosterrà i costi della transizione.

La sfida per l’Europa e per l’Italia

Nel 2024 l’Europa ha installato 85.000 robot industriali, l’8% in meno rispetto all’anno precedente. L’Italia, secondo mercato europeo, si è fermata a 8.783 installazioni, con un calo del 16%. Il confronto con le 295.000 unità cinesi mostra una differenza non soltanto di dimensione, ma anche di velocità nell’accumulare fornitori, competenze e capacità produttiva.

La risposta europea non può essere fermare i robot, bensì partecipare alla creazione del valore attraverso componenti, software, sicurezza, integrazione nelle Pmi e formazione. Importare soltanto le macchine finite significa trasferire all’estero margini industriali e potere tecnologico. Il record sui 100 metri è marketing; la vera corsa si misura sull’affidabilità, sul rientro dell’investimento e sul controllo della catena del valore.

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