People

Rula, l’orfanotrofio, la mamma che si è data fuoco dopo lo stupro e un monologo indimenticabile

La vera vincitrice della prima serata del Festival di Sanremo è certamente Rula Jebreal. Lei, che è stata la più discussa, perché secondo molti politicamente scomoda, ha regalato a milioni di telespettatori uno dei monologhi più belli mai sentiti al Festival. Il suo discorso è stato un vero pugno allo stomaco, perché ci ha messi a nudo e ci ha fatti riflettere. Un discorso su e per le donne. Il cui punto più toccante è stato sicuramente quel ricordo inedito, sconosciuto al grande pubblico, che riguarda la sua esperienza da bambina, in orfanotrofio, “dove sono cresciuta con centinaia di bambine e tutte le sere una per volta ci raccontavamo favole tristi, non favole di mamme che conciliano il sogno, favole di bimbe sfortunate, perché le nostre madri erano state spesso stuprate o uccise o torturate”.

Rula snocciola poi i drammatici numeri che dipingono una realtà spietata: “Negli ultimi tre anni 3 milioni 150mila donne sono state vittime di violenze sessuali sul posto di lavoro, negli ultimi due anni 88 donne al giorno hanno subito abusi e violenze, una ogni 15 minuti, ogni tre giorni viene uccisa una donna, sei donne sono state ammazzate solo la scorsa settimana. E nell’80 per cento dei casi il carnefice non ha bisogno di bussare, ha le chiavi di casa”. Scioccante il racconto del dramma della madre: “Mi madre Nadia, quando avevo 5 anni, si è data fuoco perché era stata brutalizzata e stuprata due volte, a 13 anni da un uomo poi dal sistema che l’ha costretta al silenzio. E l’uomo che l’ha violentata aveva le chiavi di casa”.

L’importante invito alle donne: “È necessario parlare, il senso in fondo è nelle parole giuste e nelle domande giuste” E agli uomini: “Lasciateci essere quello che siamo e quello che vogliamo essere. Siate nostri complici, nostri compagni, indignatevi con noi. Io amo le parole. Ho imparato, venendo da luoghi di guerra, a credere nelle parole e non ai fucili, per cercare di rendere il mondo un posto migliore. Anche e soprattutto per le donne. Io sono diventata la donna che sono perché lo dovevo a mia madre, lo devo a mia figlia che è seduta in mezzo a voi. Lo dobbiamo tutte, tutti, a una madre, una figlia, una sorella, al nostro paese, anche agli uomini, all’idea stessa di civiltà e uguaglianza. All’idea più grande di tutte: quella di libertà”.

Poi la conclusione: “Sono stata scelta stasera per celebrare la musica e le donne, ma sono qui per parlare delle cose di cui è necessario parlare. Certo ho messo un bel vestito. Domani chiedetevi pure al bar ‘Com’era vestita Rula?’. Che non si chieda mai più, però, a una donna che è stata stuprata: ‘Com’era vestita, lei, quella notte?’.
Mia madre ha avuto paura di quella domanda. Mia madre non ce l’ha fatta. E così tante donne. E noi non vogliamo più avere paura. Vogliamo essere amate. Lo devo a mia madre, lo dobbiamo a noi stesse, alla nostre figlie. Nessuno può permettersi il diritto di addormentarci con una favola. Vogliamo essere note, silenzi, rumori, libere nel tempo e nello spazio. Vogliamo essere questo: musica”. Grazie Rula Jebreal per queste parole.

 

Ti potrebbe interessare anche: La Russa: “Coronavirus? Per evitare contagio usate il saluto romano”