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Sbarchi e rimpatri: i governi a confronto, numeri alla mano

di Federico Di Tommaso

Quindici anni di politica migratoria italiana raccontano una storia più netta di quanto il dibattito pubblico lasci intendere. Ai due estremi della classifica ci sono quattro esecutivi, due per lato, la cui performance emerge senza ambiguità dai dati ufficiali.


Sul fronte del fallimento, il governo Renzi (2014-2016) detiene ancora il record negativo assoluto: 181.436 sbarchi nel 2016, il picco più alto mai registrato nella serie storica italiana, mai più eguagliato nei nove anni successivi. Al suo fianco, il governo Conte II (2019-2021, Viminale Lamorgese) unisce due criticità: sbarchi in risalita — 34.154 nel 2020 — e rimpatri crollati al minimo storico, appena 3.875, per quanto l’attenuante del Covid, con confini e voli internazionali bloccati, vada tenuta in conto.


Sul fronte opposto, il governo Conte I (2018-2019, Viminale Salvini) resta il più efficace sul solo controllo degli sbarchi: 11.471 nel 2019, minimo storico assoluto, ereditando anche l’effetto degli accordi Libia-Minniti siglati nel 2017. Lo stesso periodo produce pure il miglior anno del decennio per rimpatri forzati, 6.531. Il governo Meloni (dal 2022) è invece l’unico esecutivo con una crescita costante e pluriennale dei rimpatri — da 4.450 nel 2022 a 6.772 nel 2025 — e ha portato nel 2026 il rapporto rimpatri/sbarchi al 30% circa, il livello più alto dal 2019. Resta tuttavia un’ombra: il 2023, con 157.651 sbarchi, è il terzo anno peggiore della serie storica.


C’è un filo che lega direttamente questi due governi “migliori”, ed è un dato spesso trascurato nel dibattito pubblico: Matteo Piantedosi, attuale ministro dell’Interno del governo Meloni, era il capo di gabinetto di Salvini proprio negli anni del Viminale 2018-2019, quelli del minimo storico degli sbarchi e del record di rimpatri forzati. Non si tratta quindi di due strategie distinte per caso convergenti sugli stessi risultati, ma di una linea di continuità amministrativa e di metodo che attraversa entrambi gli esecutivi, con lo stesso uomo chiave dietro le quinte prima e al comando poi.

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