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Sbattuto fuori casa perché gay, la madre: “O fai il maschio, o te ne vai”

Liberi di essere se stessi rivelando la propria omosessualità, ma a quale prezzo? Non è per nulla facile rivelare ad amici e famiglia di essere gay, così spesso la scelta di fare coming out può anche rivelare un duro prezzo. Questo Manuel, ragazzo siciliano di 40anni, lo sa bene. Un’intera vita fatta di silenzi, di paura di essere scoperti o di essere abbandonati a causa di una società retrograda come quella del sud Italia e dove l’opinione della gente vale più di ogni altra cosa per non essere etichettati, derisi o addirittura emarginati. La sua “condizione” di essere gay non è stata approvata neanche dai genitori di Manuel, che dopo un’ennesima discussione, hanno deciso di sbatterlo fuori di casa: “Ti ho fatto maschio e come tale devi comportarti se ci tieni a stare nella casa di mia proprietà, altrimenti vai via”. Rinnegato anche dalla sua stessa famiglia, Manuel non ha avuto altra scelta che lasciare casa: “Ho deciso di fare la valigia e di andare subito via, a testa bassa”.

Uscito di casa la sera, da solo, con pochi vestiti in quella valigia preso all’ultimo minuto dalla rabbia di voler scoppiare. Per fortuna un centro di accoglienza di Ballerò adesso ospita Manuel, che però è disoccupato e tra poco dovrà lasciare l’alloggio che fino ad ora gli ha garantito un tetto sotto cui stare. “Ho dovuto e continuo a fare grossissimi sacrifici perché ho perso il lavoro a causa del covid e tutto ciò che io ho addosso sono abiti che mi hanno regalato e che ho trovato in questo centro di accoglienza. Potevo occupare il centro fino al 30 settembre – ha proseguito il giovane – adesso vivo con il reddito di cittadinanza, in cerca di dignità e di quei valori affettivi ormai dispersi nel nulla”.
La colpa di essere omosessuale

La storia di Manuel è una di quelle storie che solo a sentirle fanno venire i brividi. Insulti, offese e discriminazioni già nel corso della scuola media e anche a lavoro. Silenzi, paure, angosce. Il terrore di uscire allo scoperto e sentirsi un escluso, un emarginato. È così è stato per Manuel. “Sin da bambino subivo questi atti omofobi – ha detto Manuel a Fanpage – dove tutti mi dicevano che ero “frocio” oppure lo scrivevano sui muri. Mia madre, consapevole del mio orientamento sessuale, andava a cancellare le scritte perché si capiva che era riferito a me, vivendo in un piccolo paese che è Monreale. Ricordo – ha proseguito il giovane -che volevo giocare al pallone con altri ragazzi e mi hanno escluso perché il calcetto era il gioco dei maschi. Mi chiamavano Mimì, per il cartone animato che andava in quegli anni, e io dovevo giocare a pallavolo perché per loro ero una femmina e mi ripetevano che ero frocio mi sono sentito escluso, definitivamente segnato. Io allora non capivo”.In una comunità piccola siciliana, come Monreale, dove le case sono tante quante le chiese, pensare di essere omosessuali è ancora una colpa. Manuel è stato messo alla porta dalla sua famiglia che ancora oggi non lo cerca, non lo considera. Ha fatto coming out ma è stato messo alle strette in particolar modo dalla madre: “Fai il maschio se vuoi abitare nella casa di mia proprietà”. Come se essere omosessuali non esistesse genere maschio o femmina. Anche se il prezzo da pagare per aver detto la verità è stato alto, Manuel ha capito di aver fatto la scelta giusta: “Sono gay e non voglio più nascondermi. Voglio essere libero. Sono tanti, troppi i miei amici che non riescono a dire che sono gay, hanno paura”.

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