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Sea Watch, il video che sconvolge il mondo: un migrante annega nel Mediterraneo

Morte in diretta di un naufrago. Le immagini che nessuno vorrebbe e dovrebbe mai vedere. Nel video girato lo scorso 23 maggio da uno degli aerei della ong tedesca Sea-Watch, in ricognizione sul Mediterraneo Centrale, si vede il momento in cui un gommone che trasporta migranti comincia a sgonfiarsi. Almeno uno dei passeggeri, finito in acqua, scompare tra le onde.

Sono le ore 14.08: un’ora prima la ong aveva lanciato il “mayday relay”, l’allerta a tutte le navi nelle vicinanze per segnalare la presenza di un gommone in pericolo.

Alla fine sarà la motovedetta libica Fezzan a intervenire, quando però almeno uno dei migranti – come documenta il filmato di Sea-Watch – ha già perso la vita. A una trentina di miglia c’è anche una nave della Marina italiana, la Bettica, che manda sul posto un elicottero, ma che secondo la ong tedesca sarebbe potuta intervenire prima dell’affondamento.

Dopo il sequestro della nave Sea Watch, il ministro Matteo Salvini è tornato sull’argomento migranti, affermando che grazie alla sua politica dei porti chiusi, oltre agli sbarchi anche le morti nel Mediterraneo centrale sarebbero diminuite, ma le cose non stanno così. È solo un camuffamento dei dati e della verità.

C’è una fortissima discrepanza tra dispersi e numero di corpi ritrovati. Ad esempio, nel 2015 i cadaveri recuperati furono 296 a fronte di una stima di 3.771 scomparsi; nel 2016 furono 390 (e 5.096 i dispersi stimati); nel 2017, 210 contro 3.139 e nel 2018 sono stati recuperati 23 corpi senza vita a fronte di 2.277 scomparsi in mare – per dimostrare il successo della nuova linea del rigore e dei porti chiusi.

I numero di Salvini non coincidono con i report statistici elaborati e visibili sul web dall’Organizzazione mondiale delle migrazioni: secondo l’Oim da gennaio a oggi le vittime sulla sola rotta del Mediterraneo centrale si stima siano state 316. E a maggio 56.

In un Mediterraneo che è stato svuotato di testimoni, con l’assenza del necessario coordinamento dei soccorsi, è diventato ancora più difficile pattugliare, svolgere salvataggi e recuperare corpi senza vita per le uniche tre navi umanitarie (a dispetto delle oltre 20 che operavano nel 2015 nel Mediterraneo, ndr) che provano ancora a soccorrere naufraghi nel Mediterraneo.

Infine, quello che non emerge dalla lettura dei dati riportata dal ministro Salvini è la pericolosità della rotta Libia-Italia. Perché se le partenze sono diminuite e il numero di morti e dispersi, 316, è già vicino alla cifra 383 dei primi cinque mesi del 2018, significa che in realtà è cresciuto il tasso di mortalità sulla rotta del Mediterraneo centrale. L’unica differenza è che ora il governo non vuole vederli e non vuole recuperarli quei cadaveri.

 

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