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Senza cure, confinati nelle baraccopoli: così vivono in Italia i braccianti immigrati

Un rapporto drammatico, una fotografia agghiacciante delle condizioni di vita di quei migranti impiegati come braccianti in Basilicata, circa 2 mila persone che si radunano nei campi per lavorare alla raccolta della frutta. Pubblicato da Medici Senza Frontieri, che a Matera ha presentato il rapporto “Vite a giornata. Precarietà ed esclusione nelle campagne lucane” dove vengono denunciati i continui sgomberi, le notti trascorse nelle baraccopoli, organizzate in aree industriali dismesse e casolari fatiscenti, senza acqua potabile. Uno scandalo che va in scena senza che nessuno si indigni.L’organizzazione ha offerto fino alla fine del 2019 cure mediche a queste persone. L’intervento di Medici senza Frontiere, in collaborazione con le Aziende Sanitarie Locali, è stato realizzato mediante una clinica mobile che in 5 mesi ha effettuato 910 visite mediche, identificando in 785 casi condizioni mediche legate alle difficili condizioni di lavoro e di vita. In 1 paziente su 3 sono state riscontrate infiammazioni muscoloscheletriche, mentre 1 su 4 ha manifestato disturbi riconducibili alla situazione insalubre negli insediamenti informali, come problemi gastrointestinali e respiratori, dermatiti e reazioni allergiche.Riscontrati in 51 casi malattie croniche come diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari, respiratorie e nefrologiche per la maggior parte identificate per la prima volta durante le visite con Medici senza Frontiere. In questo quadro, più di 1 paziente su 2 ha manifestato problemi di accesso al sistema sanitario, sebbene oltre il 30% abbia dichiarato di essere in Italia da più di 8 anni. Sul totale delle persone assistite, solo il 43% era in possesso di una tessera sanitaria in corso di validità, mentre il 27% aveva una tessera sanitaria scaduta e, nonostante avesse un permesso di soggiorno in corso di validità, non era in grado di rinnovarla per barriere amministrative legate all’impossibilità di indicare una residenza.Un intervento, quello dell’associazione, che denuncia come il Sistema Sanitario Nazionale non si sia ancora adeguato ai bisogni dei lavoratori soggetti ad alta mobilità e come le barriere amministrative non garantiscano alle persone l’accesso ai servizi di medicina generale. Tra le storie raccontate, quelle di un 29 enne eritreo operato a Venezia all’anca, con accertamento di parziale invalidità. Una volta dimesso dall’ospedale, non era potuto rientrare nel suo centro di accoglienza, lavorando per un po’ come panettiere fino al momento in cui ha poi perso il lavoro. A quel punto, eccolo finire in un vortice di situazioni sempre peggiori, con alloggi di fortuna, in mezzo agli animali, e l’impossibilità di lavorare per il suo handicap fisico.

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