
Il caso di Garlasco torna al centro dell’attenzione con una scoperta che potrebbe rivoluzionare una delle vicende giudiziarie più controverse degli ultimi decenni. La Procura di Pavia, nel fascicolo depositato il 7 maggio, presenta una ricostruzione che mette in discussione alcuni elementi chiave alla base della condanna definitiva di Alberto Stasi nel 2015, focalizzandosi sulle tracce rinvenute nella villetta di via Pascoli.
Per molti anni il bagno della casa è stato considerato un nodo cruciale nella dinamica dell’omicidio di Chiara Poggi. La Corte d’Assise d’Appello aveva infatti stabilito che l’assassino, dopo aver trascinato il corpo della vittima, si fosse fermato davanti al lavandino. Nelle motivazioni si legge: “Sulla base della ricostruzione del percorso dallo stesso effettuato, dopo il ‘lancio’ del corpo della vittima giù dalle scale della cantina, entrava anche in questo caso con sicurezza nel bagno del piano terra e sostava (come evidenziato dalle impronte delle scarpe a pallini intrise di sangue) davanti al lavandino”.

Secondo la sentenza, l’assassino avrebbe anche compiuto un gesto preciso: lavarsi accuratamente le mani. Le motivazioni sottolineavano come non fossero state rilevate tracce di sangue né sul miscelatore né sul dispenser, rafforzando così la tesi accusatoria, soprattutto perché le uniche impronte repertate sul dispenser erano di Stasi.

Le nuove analisi condotte dal Ris e dai carabinieri del Nucleo operativo di Milano offrono però una lettura differente della scena del crimine. Gli investigatori ipotizzano che l’aggressione si sia svolta in più fasi, con i colpi finali inferti sulla scala interna e successivi spostamenti della vittima che avrebbero lasciato tracce in più ambienti della casa.

Secondo gli inquirenti, “l’aggressore si sporca le scarpe ripassando nel disimpegno davanti alla porta a libro e quindi genera le tracce nel bagno, nel salottino e in cucina”. Questo scenario suggerisce un passaggio breve e non una sosta prolungata, modificando il significato delle tracce raccolte.
Elemento centrale della nuova ricostruzione è proprio il lavandino. L’informativa finale dei carabinieri afferma che l’assassino di Chiara Poggi “non ha mai utilizzato quel lavandino”. Se confermata, questa conclusione rappresenterebbe una svolta fondamentale nel processo.
Il punto cruciale è la presenza di quattro capelli scuri e lunghi all’interno del lavabo, un dettaglio finora trascurato. Secondo gli inquirenti, questo elemento è incompatibile con qualsiasi operazione di pulizia accurata: se qualcuno si fosse lavato le mani in quel punto, quei capelli non sarebbero rimasti.
Questa prova silenziosa, rimasta nascosta per quasi vent’anni, viene ora rivalutata e mette in discussione una delle certezze su cui si basava la condanna. In particolare, se il lavaggio non è mai avvenuto, il valore delle impronte sul dispenser si ridimensiona notevolmente.
Per la Procura di Pavia le impronte di Stasi non possono più essere considerate decisive. L’attenzione si sposta quindi sulla posizione di Andrea Sempio, mentre il caso Garlasco entra in una nuova fase investigativa, in cui ogni elemento, anche quello rimasto nascosto, potrebbe essere determinante.