
Nella Lega il confronto sulla linea politica e sulla leadership non è più confinato alle riunioni riservate. Il 17 agosto Attilio Fontana ha portato allo scoperto un malessere che da tempo attraversa il partito, rompendo uno dei tabù più resistenti del Carroccio. In un’intervista al Corriere della Sera ha chiesto di “rivedere in modo sostenibile ed effettivo l’impostazione” della Lega. Quando gli è stato domandato se tra le ipotesi potesse rientrare anche un passo indietro di Matteo Salvini, la risposta è stata altrettanto netta: “Nessuna soluzione va esclusa a priori”.
Non si tratta soltanto di una critica generica. Fontana ha richiamato il crollo elettorale dal 34% al 5%, il disagio emerso nei colloqui con il segretario lombardo Massimiliano Romeo e la crescita di Futuro Nazionale, che secondo i sondaggi citati avrebbe ormai superato il Carroccio. Per la prima volta un esponente di primo piano della Lega ha quindi messo apertamente in discussione la permanenza di Salvini alla guida del movimento.
La prima reazione del segretario sarebbe stata quella di chiedere ai suoi dirigenti di intervenire pubblicamente, rispondendo alle parole di Fontana e difendendo l’attuale linea politica. Sarebbe però un errore considerare chiusa la vicenda con qualche dichiarazione affidata alle agenzie. Ai vertici di via Bellerio la sensazione è che lo scontro sia destinato a proseguire e che Salvini stia già studiando una contromossa capace di modificare gli equilibri interni.
Le tensioni, del resto, non nascono con l’intervista di Fontana. Tra giugno e luglio, dopo l’uscita di Roberto Vannacci e mentre Futuro Nazionale iniziava a guadagnare consensi, i governatori settentrionali avevano chiesto una trasformazione profonda del partito. Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e lo stesso Fontana avevano indicato come possibile soluzione una struttura confederale ispirata al modello tedesco Cdu-Csu, con una maggiore autonomia per la componente del Nord.

Il Consiglio federale del 10 giugno si era concluso senza nuove nomine e senza un vero accordo. Zaia aveva parlato della necessità di mantenere “una sola Lega”, subordinando però l’accettazione di eventuali incarichi a una rifondazione dello statuto. Il presidente veneto, rimasto ai margini della nuova organizzazione, aveva anche chiarito: “Non cambio identità in base ai vicesegretari”. Parole che mostravano quanto fosse profonda la distanza tra il gruppo dirigente nazionale e l’area legata alle origini territoriali del Carroccio.
È all’interno di questo scontro che emerge la figura sulla quale Salvini potrebbe decidere di puntare. La possibile carta per fronteggiare i governatori del Nord sarebbe Silvia Sardone, eurodeputata e prima donna chiamata a ricoprire l’incarico di vicesegretaria della Lega. Il suo profilo viene considerato particolarmente utile perché riesce a tenere insieme due mondi che nel partito faticano sempre più a convivere: il sovranismo nazionale e il tradizionale localismo settentrionale.
Sardone dispone innanzitutto di un consistente consenso personale nelle regioni del Nord. È inoltre sposata con Davide Caparini, esponente storico della vecchia Lega e ancora oggi figura importante all’interno della Lega Lombarda. La sua storia politica, di conseguenza, le permette di dialogare con il partito costruito da Salvini senza recidere completamente il legame con la precedente classe dirigente.
La sua carriera è iniziata molto presto. Laureata alla Bocconi e giuslavorista, è stata eletta a 24 anni con Forza Italia nel 2006. Nel 2018, dopo non essere stata nominata assessore nonostante fosse risultata la più votata, ha lasciato il partito ed è passata alla Lega. Nel nuovo Carroccio ha trovato spazio per una linea concentrata soprattutto su sicurezza, periferie, immigrazione e moschee.
I risultati elettorali hanno consolidato rapidamente il suo peso. Alle Europee del 2019 ha raccolto circa 45mila preferenze, risultando la prima donna della Lega nella circoscrizione Nord-Ovest. Nel 2024 i voti sono saliti a 75mila, un risultato che l’ha collocata al secondo posto dietro soltanto a Vannacci. Numeri che oggi rappresentano il principale argomento utilizzato da Sardone per rispondere a chi ne mette in dubbio la forza politica.
Il 15 maggio 2025 Salvini l’ha nominata vicesegretaria insieme a Vannacci, Alberto Stefani e Claudio Durigon. La scelta avrebbe dovuto garantire un equilibrio tra le diverse anime del partito. Mentre Vannacci incarnava una trasformazione identitaria e nazionale, Sardone rivendicava il rapporto con le sezioni e con gli elettori del Nord: “La mia militanza è sempre stata nel territorio”.
Quell’equilibrio, tuttavia, ha iniziato presto a mostrare le proprie fragilità. Dopo l’uscita di Vannacci, l’ala nordista ha accusato Sardone di inseguirne i toni e le posizioni anziché costruire un’alternativa riconoscibile. Il ruolo di collegamento tra sovranismo e territorio ha così cominciato a essere interpretato dai suoi avversari interni come una semplice imitazione della linea più identitaria.
Sardone non ha arretrato. Davanti ai militanti ha risposto rivendicando il consenso ottenuto direttamente nelle urne e attaccando i governatori che non avevano partecipato alla competizione europea: “Io alle Europee mi sono contata, i governatori se la sono data a gambe levate. I soliti cagasotto”. Una dichiarazione che ha ulteriormente irrigidito i rapporti, trasformando una divergenza politica in un confronto personale sulla forza elettorale dei diversi protagonisti.
Un’altra occasione per misurare il suo peso è arrivata con i gazebo organizzati dalla Lega a Milano il 21 e 22 giugno. Alla consultazione avrebbero preso parte circa diecimila persone. I nomi più votati sono stati quelli di Salvini, destinato comunque a restare nel governo, e della stessa Sardone, indicata “in pectore” come possibile candidata a Palazzo Marino nel 2027.
L’eurodeputata ha dichiarato di essere disponibile a correre soltanto attraverso primarie di coalizione, consapevole che senza l’accordo degli alleati “il pallino passa alle segreterie”. La sua candidatura a sindaco di Milano difficilmente riuscirà a superare tutte le resistenze del centrodestra, ma intanto le ha permesso di occupare una posizione centrale nella discussione sul futuro della città e del partito.
Salvini avrebbe scelto di accompagnarne le ambizioni proprio per evitare che diventassero un problema interno. Dopo essersi confrontato con i suoi riferimenti milanesi e con Durigon, il ragionamento seguito sarebbe stato quello riassunto dal vecchio detto “la mano che non puoi mordere, baciala”. La conclusione, secondo il retroscena che circola nel Carroccio, sarebbe altrettanto esplicita: “Usiamola noi prima che ci usi lei”.
La candidatura milanese potrebbe quindi essere soltanto una parte di una strategia più ampia. Sardone sa che la strada verso Palazzo Marino è complicata, ma si è già collocata nella posizione giusta per partecipare alle prossime trattative. Questa volta non deve fare i conti con l’ostilità di Salvini. Al contrario, il segretario sembra intenzionato a trasformarla in una propria alleata.
È qui che la sfida aperta da Fontana assume un significato diverso. La risposta di Salvini ai governatori non passerebbe soltanto attraverso dichiarazioni pubbliche o richiami all’unità, ma attraverso la valorizzazione di una dirigente capace di contendere loro voti, visibilità e rappresentanza nel Nord. Silvia Sardone potrebbe così diventare la carta più pesante che il Capitano metterà sul tavolo per sparigliare il confronto interno e provare a conservare la guida della Lega.