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“L’Italia ci aiuti a cambiare le cose. Mai più alibi per delitti come quello di Saman”

Karima Moual ha intervistato per Repubblica Usama Skindar, 23 anni, vicepresidente dell’associazione Giovani pachistani in Italia. Dopo la tragedia di Saman, Skindar ha lanciato un appello proprio all’Italia. Di origine pachistana, vive in Italia da quando aveva tre anni. Oggi è al quarto anno di medicina e della scomparsa di Saman, inevitabilmente, si sente coinvolto. Abita a dieci minuti da casa sua. Saman ha pagato con il sangue il no alle nozze forzate. La comunità condanna, certo, ma pare a volte più preoccupata di difendere la propria cultura che di prendere una posizione chiara. “Francamente sono davvero stufo. E come me tanti giovani pachistani che vivono in Italia non ce la fanno più a sopportare certe usanze. Tradizioni che vogliono inchiodarci a una cultura arretrata, che non rispetta le donne e le nostre scelte di giovani che vivono in un contesto nuovo, slegato da costumi provenienti da un retroterra che spesso neppure conosciamo”.

Continua Skindar: “Abbiamo un problema, ma nessuno osa ammetterlo, figuriamoci parlarne per risolverlo. Saman è morta perché ci sono diversi alibi che attraverso la religione, la tradizione e le usanze hanno armato la mano di suo zio. Bisogna disarmare i misogini e i sessisti, che trovano nell’ambiguità delle interpretazioni la libertà di discriminare. Siamo di fronte ad una comunità sempre più chiusa, dove le vecchie generazioni, i padri, tendono a proteggersi l’un l’altro, e l’arma del controllo è micidiale. La libertà delle donne, e le loro scelte, sono tabù. I figli sono l’onore di ogni famiglia, e perciò subiscono forti pressioni, perché la reputazione nella comunità è importante”.

Spiega ancora Skindar: “È un circolo vizioso, in cui le ragazze sono le più esposte. E la società italiana non aiuta noi seconde generazioni in questo percorso d’integrazione, perché continua a non riconoscerci, ad avere uno sguardo etnicizzante. Io sono cresciuto qui, ma sono percepito solo come un pachistano. Il risultato è che ci sentiamo soli. Nel Paese dove stiamo crescendo e nelle nostre famiglie che non riescono a capirci. Le faccio un esempio: mia sorella di 4 anni giocava in cortile. Uno della comunità è venuto a dirci che non poteva giocare senza velo. Un altro è andato da mio padre per avvisarlo che ero a cena con una ragazza al ristorante, e questo non mi rendeva una persona onorabile”.

Conclude Skindar: “È chiaro perché le ragazze preferiscono il silenzio. Ma cosa fare per aprire questo recinto? Molti stanno scegliendo di lasciare l’Italia per il Regno Unito, perché qui c’è una ghettizzazione che a noi giovani sta stretta. Là, almeno, c’è una comunità arrivata alla terza generazione, ci sono più pluralismo e lo spazio per fare scelte diverse senza quel controllo perverso che invece qui si sta consolidando. Tanti sono stanchi di combattere. C’è un lungo lavoro da fare, che non deve lasciare indietro nessuno, né figli né genitori. Io, con i miei, ho scelto questa strada, ma con grandi difficoltà. Credo che anche i nostri genitori debbano essere educati, accompagnati alla sfida della diversità e della contaminazione. Pian piano ci riusciremo, ma siamo soli e con pochi strumenti”.

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