
Quello che per milioni di persone rappresenta ogni giorno un gesto automatico, quasi invisibile nella routine urbana, per la povera vittima si è trasformato in una tragedia sconvolgente. Scendere una scala mobile in una stazione della metropolitana, un’azione ripetuta quotidianamente da migliaia di pendolari, è diventata per il 40enne di Somerville, nell’area di Boston, l’inizio di un incubo culminato in una morte atroce. Una caduta improvvisa, poi gli abiti rimasti incastrati nel meccanismo dei gradini, fino a una lenta asfissia sotto gli occhi di numerosi presenti.
La scena, documentata dalle telecamere di sorveglianza della stazione, ha assunto contorni ancora più drammatici proprio per ciò che mostrano i filmati: Steven lotta disperatamente per liberarsi, si agita, cerca ossigeno, tenta di sfuggire a quella trappola metallica che gli stringe gli abiti attorno al collo. Intorno a lui, almeno una decina di persone assistono a quanto sta accadendo. Guardano, passano, osservano. Ma nessuno interviene in modo decisivo, e soprattutto nessuno chiama immediatamente i soccorsi.

Secondo quanto emerso, la richiesta di aiuto sarebbe arrivata soltanto 18 minuti dopo l’incidente, un ritardo enorme in una situazione in cui ogni secondo poteva fare la differenza. In quel lungo intervallo, mentre la vittima continuava a dimenarsi, il tempo si è trasformato nel principale alleato della tragedia. Le immagini mostrano persino una persona che si ferma, tenta un accenno di intervento, ma poi rinuncia e si allontana, lasciando Steven solo nella sua agonia. Le sue gambe continuano a muoversi, sempre più lentamente, fino a fermarsi del tutto.
Il dolore della famiglia si è presto trasformato in accuse e domande pesantissime. “Il fatto che la sua morte si sarebbe potuta evitare o comunque prevenire mi fa chiedere perché è successo”, ha dichiarato la sorella minore alla Nbc, sintetizzando il senso di incredulità di fronte a una morte che appare, almeno secondo i familiari, non solo tragica ma forse evitabile. Ancora più dura la madre, che ha puntato l’attenzione sull’assenza di controllo e sicurezza: “Dov’era la sicurezza? Dove erano gli agenti in giacca rossa che dovrebbero essere presenti su tutti i piani dall’apertura alla chiusura? Com’è possibile che, in una stazione ferroviaria così affollata, nessuno si sia fermato e nessuno lo abbia visto?”.

Quando i vigili del fuoco sono arrivati, oltre 20 minuti dopo, la situazione era già gravissima. I soccorritori hanno spiegato che gli indumenti dell’uomo erano stati trascinati e stretti al punto da comprimergli fatalmente la gola. Trasportato in ospedale, Steven McCluskey è sopravvissuto ancora dieci giorni prima di morire, lasciando aperto un caso che ora va oltre il dramma personale e investe direttamente il tema della responsabilità pubblica.
L’inchiesta aperta dovrà chiarire non solo la dinamica dell’incidente, ma soprattutto il ruolo del personale della metropolitana, la presenza effettiva degli addetti alla sicurezza e i motivi del ritardo nei soccorsi. Per la famiglia, la richiesta è netta: capire se qualcuno avrebbe potuto e dovuto agire prima. “Voglio essere certa che qualcuno o qualcosa venga ritenuto responsabile del fatto che mio fratello non sia stato protetto in uno spazio pubblico”, ha detto la sorella. Ed è proprio in questa frase che la vicenda assume il suo significato più profondo: non solo una morte terribile, ma il sospetto che in mezzo alla folla, tra sorveglianza, sistemi di sicurezza e passanti, un uomo sia stato lasciato morire davanti a tutti.