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Tra rabbia e speranze, Genova torna a vivere nel nuovo Ponte San Giorgio

Un passaggio toccante, drammatico e allo stesso tempo carico di speranza in una Regione troppe volte abbandonata a sé stessa, vittima degli errori di imprenditori e manager sempre pronti a scaricare le proprie responsabilità su altri, anche quando di mezzo c’erano le lacrime amare di chi ha visto morire i propri famigliari. Il Ponte Morandi è una ferita ancora aperta, quasi due anni dopo il drammatico crollo che seppellì sotto 35 mila metri cubi di detriti e cemento 43 vite innocenti. Era il 14 agosto 2018 e ancora oggi la città ripensa con orrore a quei momenti terribili, indimenticabili.

In queste ore i due lembi di terra separati quel giorno dall’improvviso schianto della struttura saranno di nuovo uniti. A inaugurare il nuovo ponte, il San Giorgio, ci sarà Sergio Mattarella, che poi lo attraverserà anche, come a ricordare a tutti che quelle strutture sopraelevate non devono far paura. 1.067 metri di lunghezza, 45 metri di altezza, 17 mila tonnellate d’acciaio, 67 mila metri cubi di calcestruzzo, 330 imprese coinvolte, oltre 1.000 persone al lavoro, 202 milioni di costo economico. Così il cuore di Genova è tornato a battere, in tempi che sono stati definiti “record”.
Quando l’Italia vuole qualcosa, nessuno può fermarla. E allora anche un Paese solitamente schiavo di lungaggini burocratiche che rendono le opere pubbliche quasi alla stregua di creature leggendaria, per le quali sono necessarie mediamente 8 anni di lavoro, è riuscito a completare il nuovo Ponte in soli 24 mesi. Un traguardo che deve essere motivo di orgoglio per tutti, un esempio di modernità ed efficienza che dovrà farci gridare ancora più forte la nostra rabbia ogni volta che vedremo altri, brillanti progetti arenarsi tra gestioni scriteriate, illegalità e interessi personali anteposti a quelli collettivi.Una cerimonia che non potrà però prescindere dal ricordo di chi non c’è più. Il presidente del comitato delle vittime, Egle Possetti, ha chiarito che “non c’è nulla da festeggiare”. Anche perché le chiavi della struttura stessa sono state affidate a quell’Aspi che risulta ancora indagata per il crollo del vecchio Morandi. Si invoca giustizia, a Genova come in tante altre parti d’Italia. E sarebbe bello, una volta, che qualcuno paghi davvero per quelle morti che dovevano e potevano essere evitate.

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