Cronaca

“Trattati come schiavi”, parlano due dipendenti della coop della moglie di Soumahoro

“Lui non c’entrava niente, non l’abbiamo mai visto né conosciuto”, queste le parole lapidarie su Aboubakhar Soumahoro, neodeputato alla Camera per Sinistra Italiana.

Aboubakhar Soumahoro e la moglie Liliana Murekatete

Ma la cooperativa “Karibu”, gestita a Latina da sua moglie, Liliana Murekatete, e dalla suocera, Marie Thérèse Mukamitsindo, non aveva le carte in regola, secondo gli inquirenti e da ora anche secondo alcuni dipendenti, intervistati in esclusiva da Open.

Dal sindacato UilTuc, che ha fatto partire le denunce per irregolarità nella paga e nel trattamento dei dipendenti, fanno sapere che da oggi le presunte vittime delle azioni dei titolari, salgono da 22 a 24.

I due dipendenti che oggi hanno parlato con i giornalisti di Open si chiamano Youssef Kadmiri e Mohamed El Motarajji, rispettivamente di 42 e 22 anni entrambi marocchini.

Kadmiri e arrivato in Italia tre anni fa, Motarajji lo scorso anno. Entrambi hanno trovato lavoro al centro di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati gestito dalla cooperativa Karibù e finito nel mirino della della procura di Latina.

Dichara Open: “La loro denuncia riguarda le prestazioni rese, in entrambi i casi nell’ambito della mediazione linguistica con gli ospiti della struttura, non vengono ufficializzate in un contratto di lavoro. Al suo posto, sarebbe stato loro richiesto di produrre alcune fatture per ricevere i pagamenti dovuti: nessuno dei due possiede, però, una partita Iva. Risultato? “Sono stato pagato solo due volte in due anni”, racconta Kadmiri.

Ma i ritmi non erano affatto occasionali: “Di solito lavoravamo 7 giorni su 7, spesso per 24 ore al giorno. Non era raro che mi fermassi a dormire nella struttura”, spiega Kadmiri.

Entrambi parlano di edifici fatiscenti, privi di acqua o elettricità, che avrebbero dovuto ospitare anche minori, ma che, come già denunciato, “dovevano fare i conti anche con la carenza di cibo”. E le proprietarie della struttura non erano all’oscuro di tutti: “Maria Thérèse passava a trovarci abitualmente e vedeva tutto”.

A questo punto interviene Aline Utesi, a capo del consorzio Aid, in messaggi su WhatsApp che vengono mostrati ai giornalisti: sono molto frequenti le richieste di pagamento, che cadono puntualmente nel vuoto.

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