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Trentasei miliardi per energia e Difesa, l’Italia apre il negoziato con l’Ue

Il passaggio parlamentare si è concluso con il via libera della maggioranza in entrambe le Camere. A Montecitorio la risoluzione ha ottenuto 181 voti favorevoli, 126 contrari e 12 astensioni. Il voto, tuttavia, non equivale ancora all’autorizzazione a spendere l’intera somma. Il governo ha ottenuto il mandato per avviare la trattativa con la Commissione europea e chiedere l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia. La quantificazione definitiva dello scostamento, la distribuzione delle risorse e le misure da finanziare arriveranno soltanto in una fase successiva.

La richiesta italiana: 14 miliardi per l’energia e 21-22 per la Difesa

Il piano illustrato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti prevede di utilizzare il massimo margine concesso per la sicurezza energetica, pari complessivamente allo 0,6 per cento del Pil, e di fermarsi allo 0,9 per cento per la Difesa. Prendendo come riferimento il Pil nominale tendenziale del triennio 2026-2028, il valore corrisponderebbe a circa 14 miliardi per l’energia e a 21-22 miliardi per le spese militari.

Per la componente energetica, il nuovo quadro permette di destinare fino allo 0,3 per cento del Pil in ciascun anno, entro il tetto complessivo dello 0,6 per cento. Giorgetti ha rivendicato come un risultato italiano l’estensione della flessibilità a questo settore, considerato strategico per ridurre la dipendenza dagli approvvigionamenti esteri e rendere più resistente il sistema nazionale.

Il ministro ha riconosciuto la delicatezza politica della scelta, soprattutto sul fronte militare. “Non è semplice, è anche sicuramente impopolare venire a chiedere lo scostamento per la difesa”, ha dichiarato in Aula, collegando la decisione alla responsabilità del governo e agli obblighi costituzionali dello Stato.

La clausola non cancella deficit e debito

Il punto centrale è che la flessibilità europea non rappresenta un “liberi tutti” sui conti pubblici. Bruxelles può consentire all’Italia di deviare temporaneamente dal percorso di spesa concordato, ma le somme utilizzate continueranno a incidere sul deficit e sul debito. Il vincolo viene attenuato, non eliminato.

Per l’energia sono inoltre previsti criteri molto stringenti. Non potranno essere finanziati interventi temporanei come riduzioni delle accise, sussidi ai prodotti di origine fossile o aiuti al settore privato privi di effetti strutturali. Saranno ammesse misure aggiuntive, decise a partire dal 28 febbraio 2026, capaci di rafforzare in modo duraturo la sicurezza del sistema energetico, favorire la transizione verde e ridurre la dipendenza dalle forniture estere.

Anche per la Difesa esiste una condizione di partenza: la nuova spesa dovrà superare il livello registrato nell’anno di riferimento, individuato per l’Italia nel 2024, quando gli stanziamenti si erano attestati intorno all’1,3 per cento del Pil. La clausola coprirà quindi l’incremento rispetto a quella base e non l’intero bilancio militare.

Il quadro resta delicato perché l’Italia è ancora alle prese con la procedura europea per deficit eccessivo. Un eventuale superamento prolungato della soglia del 3 per cento potrebbe allungare la permanenza sotto la vigilanza rafforzata di Bruxelles. Le stime richiamate nel dibattito indicano una crescita reale contenuta, tra lo 0,5 e lo 0,6 per cento, un deficit vicino al 2,9 per cento nei prossimi anni e un rapporto debito-Pil attorno al 137 per cento.

Il percorso europeo e il nuovo voto in autunno

La Commissione europea ha invitato gli Stati interessati a presentare la richiesta di attivazione della clausola entro la metà di agosto. Dopo il confronto con Bruxelles, la procedura dovrebbe arrivare a un passaggio decisivo nella riunione dell’Ecofin prevista per ottobre.

Soltanto allora sarà possibile stabilire l’ammontare effettivo dello scostamento. Il Parlamento dovrà pronunciarsi nuovamente, questa volta con la maggioranza assoluta richiesta per autorizzare la deviazione dagli obiettivi di bilancio. La ripartizione delle risorse nei diversi esercizi finanziari e gli interventi concreti confluiranno poi nella prossima manovra.

Giorgetti ha così cercato di frenare l’idea che i 36 miliardi possano trasformarsi in una disponibilità immediata da distribuire tra ministeri e categorie. La vera discussione inizierà quando dovranno essere selezionati i progetti, stabiliti i tempi di spesa e valutato l’impatto sui saldi pubblici. Da qui l’avvertimento contro una manovra di carattere elettorale o un nuovo “assalto alla diligenza”.

La Lega fa correggere il passaggio sul programma Safe

Il voto ha mostrato tensioni anche dentro la maggioranza. Il punto più controverso è stato il riferimento al programma europeo Safe, che può finanziare investimenti nella Difesa attraverso prestiti. La formulazione iniziale della risoluzione sembrava attribuire allo strumento una convenienza già accertata, ma la Lega ha chiesto e ottenuto una modifica.

Nel testo finale, l’eventuale ricorso al Safe viene subordinato alla verifica della sua effettiva convenienza rispetto ad altre soluzioni di finanziamento. È stato inoltre rafforzato il riferimento all’impiego delle risorse per sistemi tecnologici difensivi e per la sicurezza nazionale.

Claudio Borghi ha rivendicato la correzione, sostenendo che non fosse possibile esprimere in anticipo un giudizio positivo senza conoscere condizioni, tassi e costi dei prestiti. La mediazione ha permesso al centrodestra di ricompattarsi. Giorgetti ha liquidato lo scontro con una battuta: “Adesso sono tutti contenti. Meglio, no?”.

Dietro l’ironia rimane però una divergenza politica reale tra chi considera il Safe uno strumento utile per accelerare gli investimenti europei e chi teme che possa tradursi in nuovo debito, ulteriori vincoli esterni e una spinta alla corsa agli armamenti.

Il cappio in Aula e la protesta di Futuro Nazionale

La contestazione più dura è arrivata dai deputati di Futuro Nazionale, il movimento guidato da Roberto Vannacci. Durante le dichiarazioni di voto, Edoardo Ziello ha mostrato una corda annodata a cappio, mentre altri parlamentari esponevano cartelli con la scritta “No Safe”.

Il gesto ha richiamato quanto avvenuto a Montecitorio nel marzo del 1993, quando il leghista Luca Leoni Orsenigo esibì un cappio durante la stagione di Tangentopoli. Ziello ha accusato il governo di cedere sovranità e ha dichiarato che il suo gruppo non sarebbe stato complice della “svendita” del Paese.

La protesta si è inserita nella strategia politica di Vannacci, che ha rivendicato il ruolo del proprio movimento nel condizionare il centrodestra. Secondo il generale, la modifica ottenuta sul Safe dimostrerebbe come la maggioranza stia inseguendo le posizioni più critiche verso il programma europeo.

Le opposizioni si dividono sul riarmo

Se il centrodestra ha trovato una sintesi, il voto ha fatto emergere fratture profonde anche tra le opposizioni. Pd, Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra avevano predisposto una risoluzione comune contraria alla corsa al riarmo, ma il documento non è stato messo ai voti perché dichiarato precluso dopo l’approvazione della risoluzione di maggioranza.

Giuseppe Conte ha ribadito il rifiuto di nuove spese militari e ha accusato il governo di perseguire una politica di riarmo. Il testo dei progressisti contestava anche l’ipotesi di portare al 5 per cento del Pil gli impegni legati alla Nato, distinguendo però tra la corsa agli armamenti dei singoli Stati e la costruzione di una difesa comune europea.

Proprio su questo punto si è riaperta la divisione interna al Pd. Il responsabile Esteri dem Peppe Provenzano ha difeso la linea concordata con M5s e Avs, sostenendo che il partito è contrario a nuove spese militari nazionali ma favorevole a una politica europea condivisa. Una parte dell’area riformista ha tuttavia scelto una condotta differente.

Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle, Virginio Merola, Nicola Carè e Piero Fassino hanno sostenuto gli impegni favorevoli al Safe contenuti nei documenti di Italia Viva e +Europa, discostandosi dalle indicazioni ufficiali del partito, e si sono astenuti sul testo di Azione. La vicenda ha così reso evidente la presenza di due sensibilità: una più vicina alla linea pacifista e al rapporto con Conte, l’altra più europeista e atlantista.

La partita vera si giocherà sulla prossima manovra

Il voto autorizza il governo a negoziare, ma non risolve la questione più importante: come utilizzare il margine ottenuto senza compromettere il percorso di risanamento dei conti. I 36 miliardi rappresentano un tetto potenziale, non un assegno già disponibile. Ogni intervento dovrà rispettare le condizioni europee, produrre effetti strutturali e trovare posto nella programmazione di bilancio.

Per l’esecutivo, la flessibilità può diventare uno strumento per rafforzare due settori considerati decisivi, evitando che le nuove priorità vengano finanziate comprimendo altre voci di spesa. Per le opposizioni e per una parte della stessa maggioranza, invece, rimangono aperti i dubbi sulla sostenibilità finanziaria e sull’indirizzo politico degli investimenti militari.

La discussione si sposta ora a Bruxelles e tornerà a Roma in autunno, quando il governo dovrà indicare progetti, cifre e tempi. Sarà allora che la promessa di evitare una manovra elettorale verrà messa alla prova e che i 36 miliardi passeranno dalla dimensione politica a quella concreta dei conti pubblici.

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