Il delitto di Garlasco continua a lasciare aperti interrogativi sulla ricostruzione dell’omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli. Mentre la nuova inchiesta della Procura di Pavia si avvicina a una tappa decisiva, torna al centro un particolare emerso dagli accertamenti: le impronte insanguinate nel bagno e l’assenza di sangue nel lavabo.
Il termine indicato per la conclusione delle indagini preliminari è il 28 settembre. Entro quella data i magistrati dovranno valutare gli elementi raccolti nell’ambito del procedimento che vede indagato Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara Poggi, e decidere se chiedere il rinvio a giudizio o archiviare la posizione.
Garlasco, le consulenze disposte dalla Procura di Pavia
In vista della scadenza, la Procura ha disposto quattro nuove consulenze, fra le quali figura anche una valutazione psichiatrica dell’indagato. Gli approfondimenti riguardano gli elementi emersi nel corso della nuova attività investigativa e dovranno essere valutati nel contraddittorio tra accusa e difesa qualora il procedimento dovesse approdare in aula.
L’ipotesi investigativa richiama un possibile movente legato a un approccio sessuale che sarebbe stato respinto da Chiara Poggi, dopo la visione di un video intimo della giovane con Alberto Stasi. Il quadro relativo ad Andrea Sempio, allo stato, è formato da elementi indiziari: tra quelli oggetto di attenzione vi sono i cosiddetti soliloqui, il Dna rilevato sotto le unghie della vittima e la nota impronta 33 sul muro.

La dinamica dell’omicidio e le tracce ematiche nella villetta
La ricostruzione materiale dell’aggressione resta uno dei passaggi più discussi del caso. La consulenza della dottoressa Cattaneo ipotizzerebbe una colluttazione, durante la quale Chiara Poggi avrebbe cercato di difendersi. L’aggressione si sarebbe sviluppata in più punti dell’abitazione, con una violenza che renderebbe compatibile la presenza di numerose tracce di sangue.
In questo contesto si inserisce la questione delle eventuali tracce lasciate dall’autore del delitto prima di uscire dalla casa. Se l’aggressore si fosse sporcato le mani durante la colluttazione e i colpi inferti, un eventuale lavaggio avrebbe potuto produrre residui nel bagno o nella cucina. Secondo quanto richiamato nelle ricostruzioni del caso, tuttavia, nei lavandini della villetta non sarebbero emersi elementi compatibili con questa ipotesi.

Le impronte insanguinate e l’assenza di sangue nel lavabo
A riportare l’attenzione su questo dettaglio è stato Stefano Vitelli, il giudice che assolse Alberto Stasi in primo grado. Durante un incontro alla Versiliana dedicato al volume I ragionevoli dubbi di Garlasco, scritto con il giornalista Giuseppe Legato, Vitelli ha ricordato gli accertamenti eseguiti nel bagno della villetta.
“L’assassino entrò certamente in quella stanza, perché sul tappetino furono rinvenute impronte insanguinate. La presenza dell’impronta di Stasi sul dispenser poteva quindi apparire suggestiva”.
Sul dispenser del sapone era stata rilevata un’impronta attribuita ad Alberto Stasi. Il punto evidenziato da Vitelli riguarda però il lavabo: secondo il giudice, non sarebbe stato individuato sangue neppure attraverso analisi in grado di rilevarne quantità minime. Il lavandino risultava sporco e presentava materiale biologico riferibile agli abitanti della casa.

Il nodo ancora aperto nel caso di Chiara Poggi
Per Vitelli, dunque, non vi sarebbero elementi per sostenere che dopo l’omicidio sia avvenuto un lavaggio nel lavabo del bagno. Il dato resta rilevante nella lettura della dinamica del delitto, poiché le impronte insanguinate sul tappetino indicavano il passaggio di una persona nella stanza, senza che nel lavandino fossero rilevate tracce riconducibili alla pulizia di sangue.
La risposta a questo interrogativo è parte del più ampio confronto sulla ricostruzione dell’uccisione di Chiara Poggi. A quasi diciannove anni dai fatti, tra perizie, sentenze e nuovi accertamenti, l’inchiesta della Procura di Pavia prosegue verso la scadenza fissata per il 28 settembre, nel rispetto della presunzione di innocenza dell’indagato fino a eventuale sentenza definitiva.