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Un’aula di fantasmi: il triste, desolante record di una maggioranza sempre più invisibile

Un governo che si mostra costantemente indaffarato, alle prese con le mille sfide che gli riservano questi mesi di fuoco. Fuori e dentro i confini, con una manovra da varare e un’Europa sempre meno disposta a venire incontro al nostro Paese. Agende intasate, appuntamenti uno dietro l’altro. Una gran fatica. Lontano, però, dalle aule del Parlamento. Dove, racconta l’Espresso, la politica sembra sempre più un eco lontano, le aule spesso vuote e silenziose, i corridoi poco affollati.

Andrea Mura, eletto con i Cinque Stelle, aveva detto non a caso nei mesi scorsi di essere più utile lontano da Montecitorio. Gli ordini del giorno, si legge sulle pagine del settimanale, sono spesso difficili da buttare giù per mancanza di contenuti. “Le statistiche dicono infatti che questo è il Parlamento più inoperoso della storia repubblicana: e lo è, per paradossale che possa sembrare. I numeri sono implacabili: due leggi votate nei primi cento giorni del governo, il decreto dignità e il mille proroghe, sedute al ritmo di dieci al mese (67 tra metà marzo a metà ottobre, i dati più recenti), 15 leggi definitivamente approvate, di cui 9 conversioni di decreti legge”.
I deputati, si legge ancora, passano più il tempo sui divanetti del Transatlantico che nelle aule. Alcuni di loro, d’altronde, non avevano nemmeno un ufficio nei primi giorni dopo l’insediamento. A cambiare è però anche l’approccio alla quotidianità politica: “lo si vede ad esempio nei question time (le interrogazioni a risposta immediata ai membri del governo): in questa legislatura sono i primi della storia con claque e applausi a scena aperta a sostegno della maggioranza”.E a proposito dell’utilizzo di spazi nati per custodire la vita politica del Paese e oggi sempre meno utilizzati, c’è chi arriva a chiedere “un’area di meditazione per fare yoga direttamente a Montecitorio e consentire di superare il pensiero superficiale e inutilmente violento del dibattito politico”. Un senso di svuotamento che stona con la rabbia e le speranze di chi a quelle aule chiede celerità e determinazione. Come sul decreto per Genova, arrivato alla Camera 40 giorni dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri.

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