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Vannacci, un voto non basta per intestarsi una battaglia

C’è una differenza sostanziale tra sostenere un provvedimento e costruirlo. Una differenza che nella politica contemporanea viene spesso sfumata, soprattutto quando un risultato può essere trasformato in un efficace slogan elettorale. È quello che sta accadendo attorno al nuovo regolamento europeo sui rimpatri degli immigrati irregolari approvato dal Parlamento europeo.

Roberto Vannacci ha celebrato il via libera di Strasburgo come una vittoria della propria linea politica, arrivando a collegare il provvedimento alla sua idea di “remigrazione”, ma i fatti raccontano una storia diversa. Il regolamento approvato dall’Eurocamera è, infatti, il risultato di un lungo percorso diplomatico e negoziale portato avanti dal governo italiano guidato da Giorgia Meloni e dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

  • Chi ha costruito il provvedimento

La normativa sui rimpatri non nasce nelle aule del Parlamento europeo negli ultimi mesi, né è il frutto dell’iniziativa di un singolo eurodeputato. Alla base del testo c’è un lavoro durato anni, fatto di incontri bilaterali, trattative tra governi e negoziati nelle istituzioni europee. Il regolamento rappresenta uno dei risultati più importanti ottenuti dall’Italia sul fronte migratorio e si inserisce nel quadro più ampio del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo.

Tra gli elementi centrali del provvedimento figurano i cosiddetti Return Hub, strutture esterne all’Unione Europea sul modello dell’accordo Italia-Albania, una soluzione che il governo italiano ha promosso con forza negli ultimi anni fino a trasformarla in una delle direttrici della politica migratoria europea.

  1. Il voto di Vannacci e il tentativo di appropriazione politica

Naturalmente, Vannacci ha votato a favore del regolamento. Come lui hanno fatto molti altri eurodeputati appartenenti a gruppi politici diversi. Ma votare un testo non equivale a esserne l’ideatore, ed è qui che emerge la contraddizione. Se il provvedimento è stato elaborato, negoziato e sostenuto dal governo italiano e dalla maggioranza che governa il Paese, risulta difficile sostenere che sia il successo personale di un politico che di quel governo non fa parte, per quanto abile ed emergente che sia.

Vannacci può certamente rivendicare di aver appoggiato la misura. Meno convincente appare il tentativo di presentarla come una propria conquista. Il regolamento è stato scritto e portato avanti da altri, mentre lui è arrivato alla fine del percorso per esprimere un voto favorevole.

  1. I risultati hanno una paternità politica

In democrazia il consenso si misura anche dalla capacità di riconoscere il lavoro svolto da chi porta a casa un risultato. Se un governo negozia una riforma per anni, convince altri Stati membri, costruisce una maggioranza europea e infine ottiene l’approvazione del testo, il merito principale appartiene a quel governo.

Per questo la questione non riguarda il contenuto del regolamento, sul quale si può essere favorevoli o contrari. Riguarda la sua paternità politica.

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