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Vendeva l’immortalità, è finita malissimo! L’annuncio del miliardario fondatore di “Immortals”

Bryan Johnson ha costruito la propria immagine pubblica attorno a un obiettivo radicale: misurare, controllare e rallentare il più possibile l’invecchiamento del corpo umano. Imprenditore tecnologico statunitense, 48 anni, è diventato noto in tutto il mondo per il protocollo di ottimizzazione biologica “Blueprint”, per il progetto “Don’t Die”, e per il documentario Netflix “Don’t Die: l’uomo che vuole vivere per sempre”. Negli ultimi anni ha raccontato di aver investito milioni di dollari in analisi, trattamenti, procedure mediche e abitudini rigidissime, con l’ambizione di ridurre al minimo i segni del decadimento biologico.

Proprio per questo, la sua ultima rivelazione ha avuto un’eco particolare. Johnson ha spiegato sui social che negli ultimi mesi una serie di controlli lo ha portato a indagare un’anomalia apparentemente circoscritta: livelli di ferritina nel sangue costantemente bassi, nonostante l’assunzione di integratori di ferro. Non c’erano, almeno all’inizio, sintomi evidenti né una forma conclamata di anemia. Tuttavia, per una persona sottoposta a un monitoraggio biologico così serrato, quel dato fuori norma è diventato il punto di partenza di un percorso diagnostico più ampio.

L’imprenditore ha ricostruito pubblicamente anche il possibile retroterra della sua condizione. Secondo il suo racconto, le origini del problema andrebbero cercate molto indietro, negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, quando consumava abitualmente fast food e bevande zuccherate. A quella fase sarebbero seguiti periodi di forte stress, aumento di peso e depressione cronica, mentre cresceva tre figli e costruiva la propria azienda. In quel contesto, ha sostenuto Johnson, il suo organismo avrebbe avviato un processo autoimmune destinato a manifestarsi prima a carico della tiroide e poi dello stomaco.

Il primo segnale clinico importante, infatti, era arrivato già a 21 anni, quando gli era stato diagnosticato un ipotiroidismo. Da allora Johnson è in trattamento con levotiroxina e Armour Thyroid. Per anni, però, la questione gastrica sarebbe rimasta sullo sfondo, senza un quadro chiaro. La ferritina bassa, resistente agli integratori orali, ha infine spinto i medici ad approfondire: una colonscopia ha escluso la presenza di un tumore al colon, mentre esami successivi hanno iniziato a orientare la diagnosi verso un’origine autoimmune.

La conferma è arrivata lo scorso maggio, al termine di un iter più complesso che ha incluso un’endoscopia bidirezionale, analisi del sangue e biopsie gastriche. Johnson ha annunciato di essere affetto da gastrite autoimmune, indicata anche con la sigla Aig, una malattia rara e cronica in cui il sistema immunitario attacca per errore la mucosa dello stomaco. Gli esami hanno rilevato livelli elevati di anticorpi anti-cellule parietali, considerati indicatori tipici della patologia, mentre le biopsie hanno mostrato un iniziale indebolimento della mucosa gastrica.

Nel descrivere la diagnosi, Johnson ha usato toni molto diretti: il suo stomaco, ha spiegato, è coinvolto in un processo di progressiva autodistruzione. Le conseguenze possono essere significative, perché la malattia può provocare carenze nutrizionali, anemia e un rischio oncologico più elevato. Secondo quanto riferito dall’imprenditore, la gastrite autoimmune colpisce tra il 2 e il 5% della popolazione e, allo stato attuale, non dispone di una cura risolutiva. La medicina convenzionale consente soprattutto di gestirne gli effetti, con iniezioni periodiche di vitamina B12, infusioni di ferro e controlli endoscopici di sorveglianza. Johnson ha raccontato di aver già ricevuto un’infusione di ferro monoferrico da 1.000 milligrammi.

Il meccanismo della malattia riguarda in particolare le cellule parietali dello stomaco, responsabili della secrezione di acido cloridrico e della produzione del fattore intrinseco, una proteina indispensabile per l’assorbimento della vitamina B12. Quando queste cellule vengono progressivamente distrutte dagli anticorpi, si producono due effetti principali. Da un lato cala la quantità di acido gastrico, con una minore capacità di assorbire il ferro dagli alimenti e il rischio di anemia sideropenica non correggibile con semplici integratori orali. Dall’altro viene meno il fattore intrinseco, aprendo la strada, nel tempo, all’anemia perniciosa e a possibili ripercussioni neurologiche.

La gastrite autoimmune può restare silenziosa per anni, senza manifestazioni tali da allarmare il paziente. Spesso viene individuata proprio attraverso esami del sangue e biopsie gastriche, più che per sintomi specifici. È inoltre associata con maggiore frequenza ad altre malattie autoimmuni, in particolare alla tiroidite di Hashimoto, elemento che nel caso di Johnson si inserisce in una storia clinica già segnata da disturbi tiroidei. Nel lungo periodo, la patologia comporta anche un aumento del rischio di tumore gastrico e di tumori neuroendocrini dello stomaco, motivo per cui il monitoraggio endoscopico diventa parte essenziale della gestione.

La vicenda assume un significato ulteriore proprio per il profilo del protagonista. Johnson è probabilmente una delle persone più sorvegliate dal punto di vista biologico: si sottopone ad analisi mensili, controlla decine di biomarcatori e lavora con un team medico incaricato di valutare ogni variazione. Eppure una patologia lenta, silenziosa e non curabile è stata identificata solo di recente. L’imprenditore ha ammesso di non sapere da quanto tempo fosse in corso il processo autoimmune, ma ha sostenuto che, senza il suo protocollo di ottimizzazione, la situazione avrebbe potuto essere molto più grave. La diagnosi, così, introduce una contraddizione difficile da ignorare nella storia dell’uomo che ha trasformato la lotta all’invecchiamento in un esperimento pubblico: anche sotto il controllo più minuzioso, il corpo può continuare a conservare zone d’ombra.

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