Giustizia

23 maggio 1992: la mafia uccideva Falcone, un eroe di cui abbiamo ancora bisogno

Il 23 maggio del 1992 la mafia uccideva uno degli ultimi eroi italiani, Giovanni Falcone. “Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”. Una comunità ha bisogno di eroi, per riconoscersi in loro, per unirsi in loro, per sapere che c’è sempre una speranza. Grazie, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per essere i nostri eroi, per essere i nostri cavalieri senza macchia e senza paura. Abbiamo ancora bisogno di voi.

Sul finire degli anni Ottanta, un giornalista chiese a Falcone se fosse anche per paura che lasciava Palermo per trasferirsi a Roma, al ministero di Grazia e Giustizia: “Sono un siciliano, per me la vita vale quanto un bottone di questa giacca”. Aveva 53 anni, il giudice Falcone quando, il 23 maggio 1992 nella strage di Capaci, venne assassinato nell’attentato in cui persero la vita anche la moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

“La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine”. Giovanni Falcone nasce il 18 maggio 1939 a Palermo. Cresce alla Magione, nel cuore del centro storico di Palermo, nello stesso quartiere di Paolo Borsellino. Si laurea nel 1961 in Giurisprudenza. In magistratura il suo primo incarico arriva nel 1965 quando è pretore a Lentini, in provincia di Siracusa. Dopo una lunga esperienza al tribunale Trapani, nel luglio del 1978 passa alla sezione fallimentare del tribunale di Palermo e vi resta poco più di un anno. Dopo i mesi alla fallimentare in cui scandaglia centinaia di conti bancari, nel 1979 per Falcone e per Paolo Borsellino arriva la chiamata dell’ufficio istruzione guidato da Rocco Chinnici.

Il consigliere istruttore del maxi-processo “ingaggia” Falcone nel pool antimafia per la sua abilità nel decifrare documenti contabili e finanziari. Un nuovo metodo che viene per la prima volta applicato dopo un sequestro di eroina. Falcone arriva ai narcodollari chiede ed ottiene collaborazione dalla Dea, l’agenzia federale antidroga statunitense, dall’Interpol e comincia a fare la spola tra Italia e America.

Anche grazie alle intuizioni di Falcone, decolla l’inchiesta “Pizza connection” e finiscono sotto processo le famiglie mafiose degli Spatola, Gambino, Inzerillo, attive in Sicilia e negli Usa. Nel 1983 la mafia uccide, a Palermo, Chinnici e la sua scorta, anche Falcone da quel momento è nel mirino di Cosa nostra. Chinnici viene sostituito da Antonino Caponnetto e l’ufficio istruzione va avanti. Falcone con Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello, Paolo Guarnotta si comunicano tutti i dati che vanno via via acquisendo. Nel frattempo da un rapporto di denuncia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso anche lui dalla mafia nel 1982, contro 185 presunti mafiosi prende corpo il primo maxi-processo di Palermo.

Quando il pool deposita gli atti gli imputati saranno 475, alla fine verranno spiccati 366 mandati di cattura. Un’intera generazione di mafia viene posta fuori gioco prima ancora del dibattimento. Ma soprattutto sono già 30 i pentiti e tra questi c’è soprattutto Tommaso Buscetta, il collaboratore che ricostruisce organizzazione e struttura di Cosa nostra, rivelando tutto proprio a Falcone. Il pool entra in crisi nel 1988, quando il Csm nomina Antonino Meli e non Falcone nella successione ad Antonino Caponnetto.

Il nuovo dirigente ha una visione diversa del processo alla mafia e scoppiano le polemiche. Di Lello esce dal pool, Borsellno si trasferisce alla procura di Marsala, Falcone chiede il trasferimento ad altro ufficio. “Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’ impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”. Una settimana dopo il fallito attentato, Falcone viene nominato procuratore aggiunto a Palermo.

Alla Procura di Palermo, Falcone rimane poco meno di due anni. Sono mesi costellati anche questi da polemiche con esponenti politici, tra cui quella con il sindaco di Palermo Leoluca Orlando che accusa il giudice di nascondere “le prove nei cassetti”. Nel febbraio del 1991, Falcone vola a Roma, chiamato da Claudio Martelli, allora ministro della Giustizia, alla direzione degli affari penali. Per il magistrato palermitano continuano ad arrivare successi, con la creazione della Dia e della Dna, ma anche amarezze. Quando, concorre a superprocuratore, ufficio che egli stesso ha contribuito a creare, i suoi colleghi lo accusano di eccessiva vicinanza al potere politico.

Falcone subisce attacchi violentissimi, non solo dalla mafia e dalla politica. Anche Palermo lo amerà all’unanimità soltanto dopo la morte nell’attentato nell’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi al capoluogo siciliano, poco prima delle 18 del 23 maggio 1992. “A questa città vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”, è un’altra delle frasi più ricordate da Falcone.

Diventerà, ripresa in uno dei lenzuoli esposti a Palermo contro la mafia, in seguito all’uccisone anche di Borsellino: “Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe”, ancora oggi uno degli slogan delle manifestazioni che ogni anno commemorano i due magistrati assassinati dalla mafia.

 

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