Economia

Aiuti di Stato, ok dell’Ue. Ma la Germania può contare su 1000 miliardi, l’Italia su 300

Siamo alle solite, la Germania può, noi no. Si torna a parlare di un aiuto di Stato alle imprese, di base vietati dall’Europa, ma oggi consentiti da per rispondere alla crisi dovuta al blocco delle attività economiche per contrastare la diffusione del virus. Come spiega Milena Gabbanelli sul Corriere, “le regole sono uguali per tutti, ma con effetti profondamente diversi a seconda della forza dei singoli Paesi. Da metà marzo la Commissione Ue può autorizzare cinque tipi di sostegno statale per l’emergenza Covid-19: 1) sovvenzioni dirette e agevolazioni fiscali fino a 800 mila euro per impresa ‘per far fronte alle urgenti esigenze di liquidità?; 2) garanzie statali sui prestiti bancari; 3) prestiti pubblici a tassi agevolati; 4) aiuto alle banche per finanziare le imprese; 5) assicurazione del credito all’esportazione a breve termine. Queste nuove regole valgono per tutto il 2020”.

Al 12 maggio l’Ue aveva autorizzato aiuti di Stato per oltre 1.940 miliardi di euro. Tradotto: “La Germania può spendere quasi mille miliardi per aiutare le sue imprese, la Francia circa 350 miliardi, l’Italia circa 300. Come spiegano dalla Commissione, le richieste di autorizzazione agli aiuti dipendono dalla situazione dei bilanci dei singoli Stati: chi è più forte e meno indebitato può permettersi di aiutare di più le proprie imprese di quanto possono fare gli Stati più piccoli o con un debito elevato”. Nell’elenco delle richieste c’è di tutto e ogni giorno vengono approvate nuove richieste. Ad esempio: “La Francia intende aiutare pescatori e floricultori e dare 3.500 euro al mese a fondo perduto agli autonomi e alle microimprese. Il Portogallo presta 3 miliardi ai suoi ristoratori e agli agenti di viaggio”.

A utilizzare per primi gli aiuti di Stato secondo le nuove regole “straordinarie” della Ue sono stati i francesi: “Il governo di Emmanuel Macron ha presentato il giorno stesso uno schema di aiuti per 300 miliardi e 48 ore dopo la Commissione l’aveva già approvato. Il 20 marzo è arrivata la Germania: la Kfw – la Cassa depositi e prestiti tedesca – garantisce le banche e può anche finanziare direttamente le imprese (fino all’80% con prestiti fino a 1 miliardo). Quello stesso giorno anche l’Italia veniva autorizzata a concedere gli aiuti di Stato richiesti in quel momento”. Di cosa si trattava?

Spiega la Gabanelli: “50 milioni di euro per finanziare la produzione e l’acquisto di ventilatori polmonari e mascherine. A prenderli sono state finora 128 imprese. Ma l’Italia ha anche avuto l’ok alle moratorie sui prestiti e alle garanzie statali del 100% fino a 25 mila euro, e fino al 90% per importi superiori, oltre che all’intervento della Sace come garante per le grandi imprese. In totale, secondo il governo italiano, sono 400 miliardi di euro mobilitati. Più di quanto stimi la stessa Ue”. Ma perché l’Ue è così rapida, ora? Semplice, perché la crisi ha travolto tutti, inclusa Francia e Germania. Se fosse toccato solo all’Italia, saremmo qui a parlare dei soliti tempi biblici.

Se prima la Ue interveniva per far arrivare liquidità alle imprese, da poco ha fatto un passo in più dando via libera ai salvataggi pubblici. Spiega ancora Gabanelli: “Gli interventi ‘temporanei’ relativi alle nazionalizzazioni sono stati approvati dalla Commissione Ue l’8 maggio. Gli Stati possono entrare nella proprietà delle aziende, con nuovo capitale o con debito subordinato, sempre ‘preservando al contempo la parità di condizioni nella Ue’. Per quelle fino a 250 milioni di fatturato – quindi medie aziende – non si deve neanche chiedere il permesso a Bruxelles. Per tutte le altre sì.

Ci sono dei vincoli: il divieto di pagare bonus ai manager e di distribuire dividendi, di distorcere la concorrenza grazie ai capitali pubblici e l’impegno verso un’economia verde e digitale. Di fatto queste nuove regole consentono ai Paesi di muoversi più agevolmente per tenere le imprese a galla”. Il timore è che quelli più solidi e ricchi – ovvero Germania, Francia e Olanda – possano falsare il gioco europeo dando la possibilità alle loro aziende di conquistare mercato a scapito di imprese di altri Paesi (vedi l’Italia, appunto) che hanno meno spazio di aiuti…

 

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