Giustizia

Intercettazioni choc: Autostrade avrebbe truccato dati e report sulla sicurezza

Dalle intercettazioni della Guardia di finanza di Genova  per l’inchiesta su Autrostrade – che ieri ha visto i primi arresti – sulla sicurezza strutturale di sei viadotti, nata da quella sul crollo del Ponte Morandi, emergono dettagli inquietanti. “Non è possibile una superficialità così spinta dopo il 14 agosto, vuol dire che la gente coinvolta non ha capito veramente un cazzo”. Sta in questa frase il sospetto più terribile di tutti: nonostante la tragedia del Ponte Morandi, sui controlli di sicurezza Autostrade ha continuato ad agire come sempre. Nascondendo, omettendo e truccando i dati.

La frase-sfogo è di Andrea Indovino, dipendente dell’ufficio controlli strutturali della Spea, la collegata di Aspi che si occupa di progettazioni e controlli. Siamo poche settimane dopo la tragedia di Genova. Lo stesso modo di procedere emerge da altre intercettazioni: quelle che giacciono da anni al Tribunale di Roma (il processo stenta a partire) sui crolli di pensiline di caselli e portali segnaletici e su problemi a cavalcavia.

Tutto opera di un’impresa in odor di camorra (come riporta Il Sole 24 ore), cui Aspi affidò molti lavori, in un clima simile a quello di cui si lamenta Indovino. Una conferma viene anche dagli atti di Genova, in cui ci sono anche intercettazioni che risalgono al 2017 perché uno degli indagati all’epoca registrava le sue conversazioni. Così, per esempio, si sente Michele Donferri Mitelli, all’epoca direttore delle manutenzioni di Aspi, reagire a chi gli diceva che i difetti di alcuni viadotti erano di una certa gravità: “Adesso li riscrivete. Perché ti ho detto il danno d’immagine è un problema di governance”.

Di rincalzo, interviene tale Gianni (forse Gianni Marrone, arrestato ieri): “La realtà la so… che è sottostimata… la so, ma non lo so da adesso, la so da parecchio”. Sempre nel 2017, sempre Donferri pare giustificare certi risparmi anche con l’ingresso in Aspi di nuovi investitori: “Devo spendere il meno possibile…sono entrati i tedeschi e a te non te ne frega un cazzo, sono entrati cinesi…devo ridurre al massimo i costi…e devo essere intelligente de porta’ alla fine della concessione…lo capisci o non lo capisci?”.

Il 1° settembre 2017 Donferri redarguisce un interlocutore: “Che cazzo te ne frega di dire che quello è un intervento di natura strutturale…perché di fatto lo è, ma non lo dite”. Pare di capire che queste parole indichino una questione importante, una prassi seguita anche per il progetto di rinforzo degli stralli del Ponte Morandi che si stava preparando al momento del crollo. Certe prassi – purtroppo – sembrano confermate anche dopo la tragedia del Ponte Morandi, come emerge da un’altra intercettazione tra Marrone e Luigi Vastola (all’epoca responsabile operativo della Spea di Bari) che induce il gip a osservare come far passare per locali interventi strutturali “non sia l’eccezione bensì la regola”.

A ottobre 2018, viene autorizzato il transito di un trasporto eccezionale da 141 tonnellate. Indovino dice: “Siamo tutti consapevoli che nessuno ha fatto la Tac a quel viadotto…è un viadotto che ha delle problematiche…”. Ma aggiunge che la cosa è stata caldeggiata dalla direzione di tronco di Genova e “in prima persona” da Antonino Galatà (il ceo della Spea) “dicendo che questo transito qua su Genova era un caso strategico, le penali erano assurde”.

Dunque, Autostrade avrebbe fatto una forzatura per non essere inadempienti, per giunta verso un cliente che Indovino definisce “un mittente pesante” per motivare al suo capo la sua volontà di fare tutto il possibile. Ieri il cda della capogruppo Atlantia, guidata da Fabio Cerchiai e Giovanni Castellucci, di fronte alle notizie che venivano da Genova, ha deliberato l’avvio “immediato di un audit sui fatti emersi, da affidarsi a primaria società internazionale”.

Dunque, un’indagine interna affidata a terzi su Spea e Aspi. Dall’ordinanza di misure cautelari del gip emergono anche vari tentativi di ostacolare le indagini su Autostrade. Il magistrato la definisce una “filosofia”: dall’ufficio legale che istruisce i dipendenti prima degli interrogatori su cosa dire e cosa no, all’uso di jammer per disturbare le intercettazioni.

 

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