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Contrae il coronavirus ma non gli fanno il tampone: “Ho dovuto violare la quarantena per salvarmi la vita”

“Ce l’ho fatta, la vita continua, me lo ripeto come un mantra, eppure non posso smettere di pensare che sono vivo perché sono stato costretto a trasgredire le regole”. Mentre il paese lotta ancora duramente contro il Coronavirus, giunge da Roma la dura testimonianza del giornalista romano 53enne Cristiano Brughitta, contagiato e guarito, ma con l’amarezza di aver scontato sulla propria pelle le falle di un sistema sanitario. In particolare, Brughitta ha ammesso di aver violato le regole per cercare di salvarsi la vita, azione rivelatasi oggi un’intuizione provvidenziale. Per lui tutto è iniziato il 15 marzo scorso. Si ammala, febbre altissima a 39 e mezzo, problemi respiratori. Di lì a dieci giorni chiamerà il 118 per tre volte, ma non riceverà nessuna assistenza sanitaria. Secondo il protocollo della centrale operativa d’emergenza infatti, il giornalista romano non aveva il requisito del link epidemiologico. Alla domanda se avesse avuto “contatti diretti con casi positivi”, lui non poteva rispondere: “Non lo sapevo”.

La malattia
È il 15 marzo quando Brughitta viene sorpreso da ” un febbrone come non ne avevo da 20 anni ” : 39,5 con tosse secca. Subito contatta il medico curante che, riconosciuti i sintomi del Covid, gli consiglia di chiamare il 118. ” Mi domandano se nelle 48 ore precedenti l’insorgere dei sintomi avessi avuto contatti con un covid- positivo – spiega – Ovviamente non ne avevo idea, visto che dall’inizio di marzo ero in smart working ed evitavo di prendere i mezzi pubblici”. L’operatore del 118 lo rassicura dicendo che sarebbe stato ricontattato al più presto dalla Asl Rm1 per ricostruire i suoi contatti, ma per 4 giorni il suo telefono non squilla. La febbre diventa febbricola – 37,3 la mattina, 38 la sera – Brughitta ricontatta il 118 sperando in un tampone, ma anche stavolta si scontra con un muro di gomma. Il 25 marzo arrivano le difficoltà respiratorie, la sensazione di “fiato corto”. Terza chiamata, stessa domanda: ” Ha avuto contatti con sintomatici? ” . A quel punto anche il medico curante perde la pazienza.
Arrivato a quel punto, contravvenendo all’indicazione di rimanere in casa, Brughitta decide di recarsi alla tenda- triage per sospetti coronavirus dell’ospedale Sant’Eugenio. Gli riscontrano una polmonite interstiziale e arriva il primo tampone. Un medico dice: “È un proforma, i sintomi sono troppo evidenti, è Covid ” . Brughitta viene ricoverato e poi trasferito all’Israelitico. Seguono per lui 10 giorni di dolore, trattamento con Clorochina e antiretrovirale Kaletra, mascherina per l’ossigeno, vomito e diarrea incessanti. “C’erano giorni che non avevo nemmeno la forza di tenere su le palpebre, tanto stavo male “, ha sottolineato il giornalista. Dopo due tamponi negativi, il 4 aprile viene dimesso e torna a casa. E solo dopo 10 giorni, il 14 riceve la tanto attesa chiamata dalla Asl, che gli chiede di confermare se è positivo al coronavirus.Una storia che poteva finire in tragedia. A Brughitta ora restano le ferite ” nel corpo e nella psiche”, ma anche tanti interrogativi: ” Quali sono le reali procedure? Io sono risultato positivo il 27 marzo, ma i primi sintomi risalgono al 14. Nessuno mi ha chiesto quali siano stati i miei contatti in quel lasso di tempo”. La diagnosi precoce e l’isolamento sono le uniche due strade riconosciute per rallentare la diffusione del virus, e queste sono le indicazioni del Ministero della Sanità fin dal 20 marzo. E perdere giorni può essere fatale, come è successo al ginecologo Edoardo Valli, deceduto il 9 aprile al Gemelli. Aveva denunciato su Facebook: “Ho la febbre da 3 giorni ma non mi fanno il tampone e mi dicono di stare a casa”.

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