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“Da Milano racconto mio padre che muore a Wuhan”. E la Cina blocca i suoi account social

Mengdi Liu ha 24 anni, è iscritta a un master di Architettura a Milano. E oggi la sua storia ha fatto il giro dei quotidiani italiani. Il suo anno accademico, come quello di molti altri ragazzi di origine cinese, è stato bruscamente scosso dall’epidemia di coronavirus scoppiata in Cina. Nativa proprio di Wuhan, l’epicentro del dramma, ha raccontato sui social l’odissea e i dolori della sua famiglia bloccata dalla diffusione del coronavirus. Un racconto ostacolato, però, dalle censure del governo. A riportare la sua storia è il quotidiano La Repubblica.

“Mio nonno è già morto per il coronavirus, mio papà è in fin di vita e io sono bloccata qui, senza nemmeno più riuscire a comunicare con lui”, racconta. Poco dopo la notizia del contagio del nonno, Mengdi ha usato Weibo (uno dei siti più frequentati della Cina) per cercare un ospedale che potesse curarlo. Ogni suo tentativo di lanciare appelli è però fallito. Il nonno non ce l’ha fatta e, dopo aver usato internet come “diario”, le autorità cinesi le hanno detto di smetterla – sia a lei che alla sua famiglia.

Una minaccia, dunque. Quando anche suo padre si è ammalato, le hanno bloccato l’account di WeChat (l’app di messaggistica più usata in Cina). Una cosa gravissima. La motivazione formale? “Questo account di WeChat è sospettato di diffondere voci dannose ed è stato temporaneamente bloccato”. Una precauzione che il governo cinese sta prendendo per cercare di controllare il proliferare di notizie false sull’epidemia di coronavirus, ma che ha numerosi effetti collaterali per le vite delle persone.

“Mio padre è ricoverato – racconta ancora – così, per sostenerlo, ho iniziato a mandargli video e messaggi dall’Italia. Io e i miei compagni di master abbiamo anche girato un video per il suo compleanno, era il 10 febbraio. Non so se ha potuto vederlo, io non riesco più ad avere contatti con lui. Ci sono notti in cui non riesco a prendere sonno. Io e il mio fidanzato ci abbracciamo in silenzio. Nella scuola dove studio mi hanno detto che non devo avere paura, che non sono sola e non lo sarò mai. E io voglio pensare che sia così”.

 

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