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Il tesoro perduto di Gheddafi: 400 milioni arrivati, forse, anche in Italia

400 miliardi di euro, una cifra mostruosa che rappresenta, se vera, il tesoro più grande nascosto al mondo. Ma esiste davvero? Parliamo di un capitale che sarebbe appartenuto, meglio usare i condizionali, al leader libico Gheddafi: un immenso patrimonio depositato all’estero ai tempi del regime, sicuramente esistente ma sulle cui reali dimensioni restano i dubbi. A metà tra il mito e i conti sparsi qua e là: nelle banche svizzere, in Belgio dove molti miliardi sono depositati in Euroclear, dietro fiduciarie di Malta, a Manama capitale del Bahrein. E forse in Italia.

Come spiega il Corriere della Sera, infatti, si sta alzando il velo sui conti dell’Ambasciata libica. Una vera caccia al tesoro, anzi ai tre forzieri. Il primo è quello “ufficiale”, di Stato, ed è abbastanza definibile: per una parte rilevante corrisponde al portafoglio del fondo sovrano Libyan Investment Authority-Lia (67 miliardi di dollari dichiarati anni fa ma oggi tutti da verificare) il cui presidente, Ali Mahmoud Hassan Mohamed, è appena finito in galera con l’accusa di corruzione.

Il secondo tesoro, a cui danno la caccia gli stessi libici, è quello che la famiglia Gheddafi è riuscita a nascondere all’estero e al proprio popolo. Il terzo, il più sfuggente, è quello degli alti burocrati che ai tempi del regime incassavano, quasi sempre in Svizzera, le “creste” su ogni tipo d’affare. Da anni cercano di stanare questo gigantesco patrimonio decine di agguerritissimi avvocati per conto di aziende e organizzazioni internazionali creditrici della Libia. In Belgio si sta giocando una partita giudiziaria durissima. In Italia un avvocato romano, Giuseppe Cignitti capofila di creditori per oltre 100 milioni, da sette anni bracca i beni libici ovunque. Ora la partita si sta giocando sui conti bancari. Dopo l’ordine di esibizione dei giudici sono spuntati 13 conti correnti presso Ubae (68% Libyan Foreign Bank e 11% Unicredit) intestati all’ambasciata libica. Secondo l’avvocato i saldi attivi sarebbero stati superiori ai 19 milioni e i movimenti in contanti intorno ai 9 milioni tra il 2013 e il 2017, “enormemente sproporzionati rispetto all’operatività di un’ambasciata di limitate dimensioni”. Naturalmente i diplomatici libici, con buone ragioni che i giudici valuteranno, cercano di dimostrare il contrario.

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