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“Gli attacchi alla statua di Montanelli? Sono come le sparate di Salvini”

di Andrea Giannotti

La sua statua, quella di Indro Montanelli, è finita di colpo nel mirino, imbrattata da alcuni vandali mentre tanti utenti ne auspicano la rimozione. L’autore, Vito Tongiani, scultore e pittore autore delle “statue dei moschettieri” allo Stade Roland Garros, ha voluto affrontare lo spinoso argomento per raccontare come ha vissuto questi giorni concitati. A partire proprio dalla genesi di quell’opera tanto discussa: “L’arte, per me, è l’avventura che conduce all’opera. Nel percorso io sono affascinato da quello che non so fare e io non sapevo come fare Montanelli”.

“Così, quando qualche giorno fa un mio amico mi ha detto che fra tutte queste polemiche qualcuno avrebbe potuto almeno citarmi, ho risposto: ‘Meglio! Se parlano di Montanelli, significa che vedono Montanelli, non me e che io sono riuscito a rappresentare Montanelli, scomparendo dietro la sua statua’. I giudizi di questi giorni sull’opera? Non mi hanno offeso, è questo pressappochismo che si sottrae all’indagine ad offendermi. Ma io dico che le sparate dei giornalisti stanno all’arte come le sparate di Salvini stanno alla politica”.

“Nel ’90/91 fui invitato ad una cena a Montemarcello da alcuni amici di Cremona e di Milano. Lì mi trovai vicino a Montanelli. Mi chiese di che cosa mi occupassi, gli dissi scherzando che ‘lavoravo la terra’ e che stavo lavorando alle prime due statue dello Stade Roland Garros, figure di 230cm in azione. Gli feci vedere come lavoravo con punti di riferimento presi semplicemente per mezzo di spille con le testine colorate con cui riempivo la figura per fare delle linee prospettiche. Lui era affascinato. Mi disse: ‘Io sono sempre stato contro le statue commemorative, ma se un giorno dovessero fare una mia statua, vorrei che la facesse lei, perché sono sicuro che non parlerebbe direttamente di me’.

“La polemica sulla rimozione? Sarà quel che sarà. Se ne sono dette abbastanza in questi giorni. L’ispirazione per la statua mi è venuta da una fotografia che mi diede Alain Elkann. La trovavo fantastica, perché raffigurava una persona vestita elegantemente – è questa la cosa che più mi colpì – col cappello, seduta su un pacco di giornali, intenta a scrivere un pezzo: si intuisce la voglia di scrivere il pezzo rapidamente pur nella maniera più scomoda possibile. Quell’immagine, secondo me, doveva essere esemplare”.“Si è detto che la statua sia dorata, ma io non avrei mai fatto il Montanelli dorato, anche perché non sono stato un suo adulatore. Quello che può apparire come oro non è altro che il colore del bronzo, con una leggera patina (data a caldo) di nitrato di ferro, molto allungato con acqua. Solo lo strumento del suo lavoro, la Lettera 22, è stato dorato con la foglia d’oro, perché assumesse il suo giusto significato. Eppure non se n’è accorto nessuno”.

“Montanelli per me, che l’ho studiato e ristudiato (modellandolo per 6/7 mesi), era una sorta di asceta: questi asceti un po’ nervosi, burberi, sa? Mi faceva venire in mente quelle sculture povere in legno dei monaci tibetani, seduti, magri e calvi. Ma non ho guardato tanto alla sua persona perché, nel fare un ritratto, io faccio un percorso totalmente astratto, quasi matematico e geometrico. La somiglianza c’è solo alla fine e si manifesta da sola. In questa maniera viene fuori una persona che non ha età”.

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