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Intesa M5S-Pd, i leader al lavoro: per il premier ipotesi Cantone o Flick. I veti incrociati

Pd e 5 Stelle stanno lavorando senza sosta all’intesa per mettere definitivamente all’angolo Matteo Salvini. Dopo aver tentato quella che Luigi Di Maio chiama “la mossa disperata” di mantenere in vita per un altro anno il governo giallo-verde rilanciando la riforma con il taglio dei parlamentari, il Movimento sembra deciso a voltargli definitivamente le spalle: “Salvini ha intonato il Ricominciamo di Pappalardo ma solo perché ha capito di aver perso il governo, la poltrona e anche la possibilità di andare a elezioni. E noi non gli lanciamo di certo da ciambella di salvataggio”, ha confidato Di Maio ai suoi.

Eppure, la strada per il governo di legislatura e di coalizione tra 5Stelle, Pd, +Europa, Leu e centristi vari è ancora in salita. I 5 Stelle non vogliamo le elezioni e premono per un Conte-bis, un esecutivo con una squadra tutta nuova con ministri espressione dei partiti della coalizione.

Il Pd dirà no al Conte-bis e anche alla soluzione di un esecutivo guidato dal presidente della Camera, Roberto Fico. Suggerirà due nomi terzi che però al momento decisivo potrebbero cambiare. Il primo è quello di Raffaele Cantone, l’ex presidente dell’Anticorruzione. Il secondo è Giovanni Flick. “Cantone è giovane, rappresenterebbe un salto generazionale e poi è meridionale, il che non guasta, ed è la bandiera della legalità tanto cara a entrambi i partiti”, spiega un dem in contatto con i 5Stelle, “Flick invece è apprezzato sia da Prodi che da Mattarella e piace ai grillini. Insomma, andrebbero bene tutti e due”.

E’ però davvero prematuro parlare del nuovo premier. Zingaretti non vuole dentro al nuovo governo Di Maio e neppure la squadra dei grillini che ha partecipato al governo giallo-verde. “Se vuoi far nascere un governo che duri”, spiega uno sherpa renziano di alta fascia, “non puoi pensare di lasciare fuori il capo politico del Movimento, questo renderebbe il nuovo esecutivo fragilissimo ed esposto al cannoneggiamento esterno”.

Si tratta però di capire dove mettere Di Maio. Forse la soluzione migliore, visto che bisognerà dargli un dicastero di primo piano e non può andare agli Esteri a causa delle gaffe che ha collezionato sui gilet gialli, Putin e il Venezuela, sarà fargli fare il ministro della Difesa. Lo stesso vale per Conte. E’ il premier uscente, i grillini lo difendono e allora potrà andare a fare il commissario europeo, oppure essere lui il responsabile degli Esteri.

Ben vengano poi Spatafora, Carelli e altri 5Stelle di buon senso. Un problema sulla squadra riguarda anche il Pd. Già diversi ex ministri del governo Gentiloni si stanno facendo avanti. Ma Renzi (e forze Zingaretti) pensa piuttosto a Marco Fortis, Ernesto Maria Ruffini (ex Agenzia delle entrate), alla docente Elena Bonetti e suggerisce “un forte rinnovamento”. Con una sola eccezione: Pier Carlo Padoan all’Economia.

Questi discorsi sui dicasteri non devono far pensare che il governo di legislatura sia cosa fatta. Anni di insulti tra 5Stelle e Pd non si archiviano facilmente. Le ferite restano profonde e aperte. La diffidenza reciproca ancora da smaltire. In più c’è la questione del programma: Zingaretti e anche Di Maio sanno che non potrà essere riproposta la formula del contratto.

“Ci riderebbero tutti dietro”, ha confidato il segretario dem. Sicuramente però «andrà stilato un programma capace di portare la coalizione almeno fino al 2022, quando dovrà essere eletto il nuovo capo dello Stato», dice un collaboratore del segretario dem.

 

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