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Il giorno più triste per Catania: la città dichiara il default, storia di un fallimento annunciato (e dolorosissimo)

La città di Catania è ufficialmente fallita. Dopo anni di classifiche in cui la città era nei bassifondi per qualità della vita, ora è la prima grande realtà italiana ad andare in dissesto finanziario. Con il voto-sigillo del Consiglio comunale, a cui non hanno partecipato esponenti di maggioranza ma anche di opposizione come l’ex sindaco Enzo Bianco, il miliardo e 600 milioni di debiti accumulato in anni di amministrazioni di centrodestra e di centrosinistra ha fatto esplodere il pentolone che ribolliva ormai da troppo tempo. Nelle casse del Comune non ci sono soldi nemmeno per le luminarie di Natale nelle vie del centro. Il sindaco Salvo Pogliese ha dovuto fare appello agli sponsor, alberi e festoni sono stati accesi con i 200mila euro raccolti.

“Catania – spiega lo storico Tino Vittorio sulle pagine de La Stampa – è sempre stata una città povera, ma dove gli stipendi dei Comunali assorbono in maniera esorbitante ciò che il Comune incassa”. Circa 13 dei 20 milioni di spese mensili, per la precisione. Nel suo intervento in Consiglio comunale il primo cittadino Pogliese ha detto che il default “non è l’apocalisse”: “Abbiamo provato di tutto per evitarlo ma ora si mette un punto e si volta pagina”.

I sindacati temono per gli effetti sui lavoratori. Il Comune ha 2600 dipendenti e 100 precari, con partecipate e indotto si arriva a 10mila: i loro stipendi di ottobre e novembre sono arrivati solo in questi giorni. Si attendono fondi straordinari per pagare dicembre e tredicesime: 8 milioni dalla Regione siciliana, 20 dal fondo di garanzia. Per far funzionare la macchina comunale, il Ministero dell’Interno darà altri 31,6 milioni. Poi però si ripartirà da zero. Tre commissari prefettizi proveranno a proporre ai creditori il 40-60% delle somme.

“Il problema è la mancata riscossione dei tributi locali – dice Pogliese – riusciamo a raccogliere appena il 50% della Tari, 40 milioni”.  Di chi le colpe del disastro? “Negli ultimi 20 anni la Regione ha diminuito il contributo di due terzi, lo Stato di un terzo. E poi ci sono le responsabilità delle precedenti amministrazioni”. I dati della città sono preoccupanti: disoccupazione al 22% che, dice Migrantes, solo nel 2016 ha costretto 2581 catanesi a trasferirsi all’estero.

Il settore del commercio devastato da 17 centri commerciali che ne fanno la città a più alta concentrazione in Europa e fanno chiudere i negozi, una zona industriale che negli anni ’90 chiamavano Etna Valley per le tante aziende hi-tech e che si sta inesorabilmente spopolando, una serie di inchieste della procura sui rapporti tra politica, imprenditoria e anche mafia che ha fatto emergere tanto malaffare Va male, soprattutto, il tessuto sociale della città: traffico caotico, parcheggi fantasiosi, i pochi vigili urbani spesso dileggiati quando non addirittura aggrediti e mandati in ospedale, trasporto pubblico poco efficiente, scarso senso civico che ha un suo grave effetto nella carente e costosa raccolta dei rifiuti. Una città-polveriera, Catania, la cui élite si è arroccata nei bei palazzi di corso Italia o di via Etnea, facendo finta di non vedere cosa accade nelle degradate periferie a rischio criminalità.

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