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Il Prof contrario a vaccino e green pass: “Vorrei vederci chiaro e non fare la cavia”

Con oltre il 60% di cittadini immunizzati l’Italia prosegue la campagna vaccinale a gonfie vele. I dati ci dicono che grazie ai vaccini si possono prevenire i casi gravi di Covid-19, i ricoveri in ospedale e i decessi. Eppure gli scettici del vaccino ancora resistono. Come Valentino Di Carlo, ha 41 anni, insegna a Lecco in scuole e istituti superiori da precario, che in un’intervista rilasciata a la Repubblica, ha spiegato perché non vuole vaccinarsi contro il Coronavirus. I suoi titoli di studio sono in Scienze Politiche, Scienze Filosofiche e Lettere Moderne ma le sue argomentazioni sono identiche a quelle che leggiamo continuamente sui social network. “Vorrei intanto che fosse chiaro: io non sono contro i vaccini. Il punto non è vaccino no o vaccino sì, io sono a favore dei vaccini: quello che rasenta l’incostituzionalità è il fatto che si obblighi il lavoratore ad accedere al luogo di lavoro soltanto con il Green Pass”, ha detto Di Carlo.

E ancora: “Vorrei vederci più chiaro e non fare la cavia: che poi sia utile vaccinare in questo momento storico per calmierare il contagio, lo capisco: però non mi si può chiedere un foglio per entrare al posto di lavoro. La mia scelta è una scelta attendista: massima fiducia nella scienza, ma sicuramente l’evoluzione del lavoro fatto dagli scienziati sul vaccino ha bisogno ancora di qualche limatura”, ha spiegato il 41enne.

Nella sua intervista Di Carlo ha sollevato non solo i dubbi sui vaccini, ma anche i problemi di ordine pratico che il mancato possesso del Green Pass comporta. Il docente non di ruolo ha sottolineato infatti il costo esoso per effettuare vari tamponi se non ci si vuole vaccinare. “Non capisco perché l’ipotesi di effettuare tamponi salivari e faringei gratuiti non viene presa in considerazione per tutelare chi è vaccinato e tutelare anche chi intende andare a lavorare senza dover necessariamente esibire la vaccinazione e il Green Pass, anche perché la vaccinazione non esclude la diffusione della malattia. E poi non c’è un minimo di collaborazione: è stato anche detto che i tamponi devono essere pagati dai docenti, siamo alla follia, soprattutto per i precari: il tampone costa adesso 15 euro, ne devo fare tre a settimana, per un totale di 45 euro a settimana. E solo per poter entrare nel posto di lavoro. Siamo l’unica categoria trattata così. Perché?”.

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